Sa Domu de Su Bardaneri

BARDANERIS di tutto il mondo uniamoci: contro le angherie dei potenti, per un'equa distribuzione delle ricchezze

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Blogger: Bardaneri
Nome: Su Bardaneri
vengo da Mas-Oneh Bran'hu (antico villaggio del Src-dan) luogo di transito degli Shardana, se capiti da me potrai perderti, in questo non-luogo.

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sabato, aprile 26, 2008
Semper sa limba tua apas presente

Bene diceva in versi Remundu Piras, uno dei massimi poeti sardi di tutti i tempi: “Abbi sempre presente la tua lingua” (Semper sa limba tua apas presente).
Senza grande dispendio di energia copiaincollo quanto scritto nel sito della Regione Sardegna su “Sa die de sa Sardigna” (la giornata dedicata alla Sardegna – la nostra festa “Nazionale”), dedicata, quest’anno, alla Lingua Sarda.

Sa Die de Sa Sardigna nel segno della lingua sarda
Sarà dedicata alla lingua sarda, espressione fondamentale e imprescindibile dell'identità del popolo sardo, l'edizione 2008 di Sa Die de Sa Sardigna, da celebrarsi in tutta l'Isola il 28 aprile.
In piena sintonia con l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha proclamato il 2008 Anno Internazionale delle Lingue (sottolineando così l'importanza strategica delle lingue per l'umanità, in quanto rappresentano un aspetto fondamentale della diversità culturale), la Regione Sardegna prosegue nell'indirizzo di costruzione e valorizzazione identitaria dell'isola e del popolo sardo connotato in maniera esemplare dalla sua lingua.
Tra le celebrazioni intorno al fatto storico una cerimonia in Consiglio regionale e una grande festa popolare in ciascuna delle otto province sarde.

Consulta il programma degli eventi organizzati dalla Regione Autonoma della Sardegna
Visita la sezione bilingue dedicata alla lingua sarda
Consulta la scheda su Sa die de sa Sardigna


No sias isciau

O sardu, si ses sardu e si ses bonu,
Semper sa limba tua apas presente:
No sias che isciau ubbidiente
Faeddende sa limba 'e su padronu.

Sa nassione chi peldet su donu
De sa limba iscumparit lentamente,
Massimu si che l'essit dae mente
In iscritura che in arrejonu.

Sa limba 'e babbos e de jajos nostros
No l'usades pius nemmancu in domo
Prite pobera e ruza la creides.

Si a iscola no che la jughides
Po la difunder menzus, dae como
Sezis dissardizende a fizos bostros

(Remundu Piras, su 29 de Santu Aine de su 1977)

Non essere schiavo

O sardo, se sei sardo e sei bravo,
abbi sempre presente la tua lingua:
non essere come uno schiavo ubbidiente
parlando la lingua del padrone

La Nazione che perde il dono
Della lingua scompare lentamente,
soprattutto se gli esce dalla mente
in scrittura e discussione

La lingua dei nostri padri e dei nostri nonni
Non l’usate più neanche in casa
Perché povera e rozza la credete.

Se non la portate a scuola
Per diffonderla meglio, da ora
State dissardizzando i vostri figli.

Visita Bichipedia (wikipedia in “limba”)

 

Postato da: Bardaneri a 10:14 | link | commenti (12) |
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giovedì, marzo 20, 2008
Nuraghi, calendari e shardana

Accade a volte che le scoperte si facciano... per caso, senza alcuna scientificità. Per cui il novantenne archeologo Giovanni Lilliu , a cui si deve la scoperta e lo scavo, quasi per caso, della reggia nuragica di Barumini "Su nuraxi", potrebbe, diciamo, essere in notevole disaccordo, insomma storcere il naso, di fronte a "scoperte" che per certi versi potrebbero riaprire scenari conoscitivi inconsueti. Anche perché con la Classificazione cronologica che ne fece, per cui i primi nuraghes iniziarono ad essere costruiti in un'epoca situata quasi certamente nella parte iniziale del II millennio a.C.. e di alcuni si è effettuata una datazione alquanto probabile di un periodo intorno al 1800 a.C., darebbe poche chances a chi invece li vorrebbe spostati nel tempo di diveersi secoli prima, giusto per far quadrare teorie "altre" con un piglio meno scientifico.
Sto parlando di coloro che anziché utilizzare gli schemi classici di approccio allo studio delle nostre origini, ad esempio all'archeologia, partendo magari dallo studio delle stratificazioni, adottano diversi strumenti o "discipline" conoscitive come l'archeoastronomia, così come fa Mauro Zedda archeologo in erba ma che nello specifico conduce studi di archeoastronomia applicata all'orientamento di alcuni noti monumenti del periodo nuragico, facendo (ovviamente col beneficio del dubbio) scoperte interessanti.

Altri, invece, scrivono teorie e scenari storici quasi mitologici, come fa Leonardo Melis che con la sua teoria sugli Shardana, chiamati anche "i popoli del mare" li fa provenire da Ur nel 2000 a.C. circa, dopo il decadimento dell'impero accadico, indicando in loro i costruttori dei nuraghi. E che arriva persino a ritenere che "le antiche città sarde della costa non sarebbero state fondate nell'VIII, IX secolo a.C. dai Fenici (come finora si era creduto), ma dai Popoli del Mare (i Shardana e i Thursa) nel XIII secolo se non nel XIV sec. a.C. Perché, sostiene Melis nel suo "SHARDANA I POPOLI DEL MARE", il fenomeno che sommerse le antiche città avvenne nel 1150 a.C., come provato da studi effettuati sulla Costa Sarda e su quella Nord-Africana. Un innalzamento improvviso del Mediterraneo (2-3 metri), dovuto forse a una deglaciazione o un Diluvio del genere di quello Biblico, ma circoscritto al Mediterraneo."
Giovanni Ugas, archeologo dell'Università di Cagliari, invece, opera una rilettura critica dell'intera civiltà nuragica con la sua opera "L'alba dei nuraghi", dando nuovi spunti sulle origini della civiltà nuragica e sui suoi rapporti con le civiltà coeve del mediterraneo. Interessante l'intervista rilasciata a Sardiniapoint

Un'ultima curiosità, a proposito di riletture dei reperti archeologici ce la offre sempre Leonardo Melis che ne "Il calendario nuragico" spiega a cosa serviva la "pintadera", per intenderci il logo che si è dato il Banco di Sardegna. Pensate che a quanto ne sapevo era la forma che serviva per decorare il pane. Mah! invece...secondo il Melis sarebbe IL calendario “Nuragico”, <<......scoperta fatta in contemporanea con un altro studioso che già aveva decodificato l’”Abaco” degli Inca e il loro sistema di calcolo. Chiameremo convenzionalmente il nostro calendario “Nuragico”, anche se vedremo che fu usato parallelamente da altri popoli aventi la stessa origine del popolo che allora abitava la Sardinia. Fra tutti: i Celti, col cui calendario abbiamo trovato incredibili somiglianze. Soprattutto col calendario festivo annuale. ARRODAS DE TEMPUS l’appellativo usato da Nicola De Pasquale, questo il nome dello studioso col quale siamo in contatto da alcuni mesi e che ha il merito della "decodificazione". Noi abbiamo curato la parte storica.
Nelle immagini che seguono vediamo una “Pintadera” sviluppata da De pasquale… a seguire la “Pietra di Nurdole”, in cui abbiamo ravvisato il calendario delle feste agricole e pastorali rapportate alla Luna e al Sole. Quest’ultimo schema o “ruota” corrisponde, come del resto corrispondono le festività, al calendario dei Celti raffigurato in basso a destra con segnate le feste. Le feste lunari, più importanti, formano la “croce” e quelle solari formano la “X”.>>

 

 

Non nego che queste cose mi affascinano, anche perchè mi fa piacere sapere da dove vengo, anzi da dove veniano, noi Shardana.

Postato da: Bardaneri a 00:27 | link | commenti (31) |
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venerdì, marzo 07, 2008
Ho combattuto la legge - 2

Giusto a seguire un altro post sul banditismo, o sulla cultura di esso, visto sotto l'occhio della macchina da presa. Se siete apassionati di cinema il sito della Regione La Sardegna nel cinema (in collaborazione con la Cineteca sarda) è piuttosto ricco di spunti sulla cultura cinefila sarda a partire dal filone cosiddetto "Deleddiano" fino a quello tipicamente "banditesco" di cui"Banditi a Orgosolo" del 1961 di Vittorio De Seta è, probabilmente, il più noto.Nel sito si legge che ...
"L'idea del film, definito "il film della rinascita sarda nel cinema", venne a De Seta nel 1958 ad Orgosolo, dove si era recato per girare due cortometraggi: Pastori a Orgosolo e Un giorno in Barbagia. Tornato nell'isola alla fine del 1959, il giovane regista siciliano compì un approfondito sopralluogo, partecipando ad una transumanza di pastori e vivendo con loro nel Supramonte. Inizialmente indeciso se scegliere per il suo film una vicenda "interna" al mondo orgolese o un'altra che mostrasse questo mondo nei suoi rapporti, o non-rapporti, con lo Stato, finì con lo scegliere la seconda strada. Lo spunto per il soggetto venne al regista da quello che si può definire un "leitmotiv" della cronaca giudiziaria orgolese dell'epoca: generalmente, quando si verificava un reato grave, un omicidio, una rapina, o un sequestro di persona, le forze dell'ordine fermavano dei pastori o dei contadini che si trovavano nelle vicinanze. I fermati venivano sospettati di essere gli autori materiali del reato o di "aver visto" e di essere in grado di fornire informazioni. Le conseguenze erano comunque drammatiche, soprattutto nel caso dei pastori che, dopo la prolungata carcerazione, una volta tornati in libertà, constatavano gravi danni economici, come la perdita completa o parziale del proprio gregge. Temendo queste conseguenze, non volendo essere fermati, gli orgolesi si davano dunque frequentemente alla latitanza."


Quindi sempre di banditi si tratta, quelli in salsa cinematografica.
Per chi, e spero siano in tanti, ama leggere, ma possono coincidere anche con i cinefili, c'è una vasta letteratura in merito. A partire da chi, nell'ottica dicotomica del guardia-ladri, come Giovanni Francesco Ricci racconta nel suo libro
"banditi", del fenomeno dalla parte, si direbbe, della legge nei territori galluresi.

A seguire con Piero Loi in "Bardane e sequestri" (ma guarda un po!), talanese ogliastrino d.o.c., che facendo un lavoro certosino di lettura degli articoli del giornale "L'Unione sarda" dalla fine dell'800 ai giorni nostri, opera un taglio più sociologico, per cui, piluccando in rete si legge che, riguardo a questo ottimo lavoro (ma nel copiancolla non me ricordo da ndo l'ho preso) "....Le annate meglio esplorate sono il 1894, con in primo piano la bardana di Tortolì e il sequestro dei francesi Pral e Paty, il 1933 con il sequestro di Maria Molotzu e infine il 1979-82 con il sequestro Schild e la sua propaggine nel processo alla Superanonima. Il proposito dell'autore di sottrarsi al riduzionismo criminologico fa sì che anche studiando singoli fatti, accaduti in uno spazio locale e periferico, sullo sfondo emergano la complessità dei problemi della società sarda e contemporaneamente il limite di alcuni dibattiti fino ai giorni nostri." E nel sito della casa editrice CUEC in proposito si legge "I fatti presi in considerazione vengonovanalizzati attraverso i discorsi pubblici,che, da oltre un secolo, chiamano invcausa le zone interne dell’isola e ilpastoralismo a dare conto dei limitidella modernità in Sardegna".  Il libro merita veramente!!!!

La lista dei libri sulla materia è lunga. Per cui non si può dimenticare Antonio Pigliaru che sul suo “Banditismo in Sardegna”, ha contribuito a farci conoscere i problemi della criminalità sarda e barbaricina in particolare. Nel post precedente c'è un assaggio di come scriveva, dal momento che  è morto prima di compiere i quarantasette anni, nel 1969.

Nel panorama "banditesco" sardo c'è infine posto anche per le figure femminili come "Mariantonia Serra-Sanna "Sa Reìna""... ma di questo e altre storie e figure leggerete in "Banditi di Sardegna" di Franco Fresi .

Mi sa che il materiale da leggere e vedere per ora basta.
Buona lettura, buona visione.

p.s.:grazie di cuore a Perla che di tanto in tanto mi segue in questi percorsi, clicca nel suo post del "banditismo" sulla ... Calabria

Postato da: Bardaneri a 00:48 | link | commenti (12) |
cinema, storie, sardegna, memoria storica, shrdn, transumanze

lunedì, gennaio 28, 2008
Carrasecare

Come ho sottolineato nel post"I fuochi di Sant'Antonio" il 16 gennaio segna in Sardegna l'inizio del Carnevale tradizionale, chiamato nelle varie parlate "carrasecare" in nuorese (credo voglia dire "faccia da tagliare", traslato mascherarsi), "Carrasciali" in gallurese, "Carnovali" in campidanese, e via dicendo.
Ho peregrinato un po in rete recuperando diversi link sul carnevale che è entrato ormai nel vivo, se vi va cliccateci sopra. Gli anni scorsi ho dedicato spazio al carnevale di Mamoiada, ma tutti meritano per le varie specificità.

carnevale in sardegna

carrasecare

carnevale ovoddese

il carnevale tempiese

il carnevale mamoiadino

il carnevale gavoese

La sartiglia di Oristano

Ho ricevuto la richiesta del blog di Sinnai per dare risalto al carnevale di Sinnai (comune della cintura di Cagliari) con tanto di filmato in You tube e programma it.youtube.com/watch

COMUNE DI SINNAI - ASSESSORATO AL TURISMO;

ASSESSORATO ALLO SPETTACOLO; ASSESSORATO ALLA CULTURA

propongono IS CERBUS col seguente

PROGRAMMA

10 FEBBRAIO 2008
 
ore 16:00 uscita de Is Cerbus per le Vie del Paese

ore 17.30 esibizione de Is Cerbixeddus presso piazza Sant'Isidoro

ore 18:00 arrivo in Piazza Sant'Isidoro de Is Cerbus - Sa cassa Manna

dalle ore 18:30 degustazione gratuita di zeppole e malvasia con musica etnica (launeddas e fisarmonica) e balli sardi in piazza.

Per tutta la giornata nella piazza S.Isidoro sarà possibile visitare esposizioni artigianali tipiche sinnaesi, cestini, manufatti e dolci.

Buon divertimento.

Postato da: Bardaneri a 10:19 | link | commenti (8) |
sardegna, shrdn

sabato, gennaio 19, 2008
proverbi, dìcius sardi e ... non solo

Gennàrgiu sicu, messayu arricu;
Gennàrgiu sciustu, messayu arrutu.

Gennaio secco, contadino ricco;
Gennaio piovoso, contadino in disgrazia.


Proverbi sardi, ovvero "dìcius", pillole di saggezza popolare che r-esistono nel tempo globalizzato. Per ogni occasione: unu dìciu.
A voi la scelta. Se ne avete qualcuno nel vostro idioma (sardo, calabrese, siciliano, piemontese, ecc. ecc)... ditelo in commento
Grazie amigos blogheris

Per chi vuole dare una lettura al libro, non deve fare altro che ... scaricarlo
"Proverbi Sardi" a cura di Giulio Angioni (in pdf)


Ci sono anche i blog, praticamente all'uopo...

spotmaker blog
lingua sarda blog
...chentu berrittas


e... siti da visitare

wikiquote
ichnusa.net
sardegnattiva
trexentanet
mondosardegna
fontesarda
proloco Mogoro


...ma anche proverbi dalle varie regioni
thanatos

collezione


buon divertimento

 

Postato da: Bardaneri a 10:54 | link | commenti (11) |
sardegna, memoria storica, traduzioni in sardo, shrdn

martedì, dicembre 04, 2007
leggere sardo!

Salterella salterella, clicca qui e clicca dilà, ho beccato un bel po di libri della sterminata letteratura sarda in pdf.
Cliccare per credere nella pagina Sardegnacultura il link biblioteca sarda (dell'assessorato dei BENI CULTURALI DELLA SARDEGNA)

I libri tranquillamente e velocemente scaricabili vanno da Abate Francesco a Zizi Bachisio

in particolare uno fra i miei autori preferiti Sergio Atzeni
- Il quinto passo è l'addio
-Passavamo sulla terra leggeri
- I sogni della città bianca
- Racconti con colonna sonora
- Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo

Inoltre, visto che ultimamente ne ho parlato in alcuni post, un interessante libro sul banditismo
"Banditi a orgosolo"

per gli amanti della LIngua sarda il primo studio organico (udite udite) del tedesco Wagner
"La lingua sarda" di Max Leopold Wagner (del 1950)

Per chi come me è anche amante della poesia in limba...il mitico e sempre attuale "Peppinu Mereu" - Poesie complete - a cura di Giancarlo Porcu
traduzione di Giovanni Dettori, Marcello Fois,Alberto Masala


Nella sezione "Dizionari" si trovano interessanti ed utili vocabolari di
Luigi Farina, Giovanni Mura e il Dizionario di Porru Vincenzo Raimondo

e inoltre Grande Enciclopedia della Sardegna in dieci volumi, scaricabili sempre in pdf...

ora scusate se con i miei amici...d'altri tempi...mi canto alcune poesie

Fortza Paris e.......
Buona lettura!

 

Postato da: Bardaneri a 13:11 | link | commenti (17) |
poesia, sardegna, shrdn, sergio atzeni, peppino mereu

martedì, ottobre 30, 2007

E' tornato da un lungo viaggio. Nessuno sa, ne mai ha saputo, da dove. Lui, oggi è di nuovo qui, fra la sua gente.
Lo ricordano tutti come era da bambino, un monello che faceva disperare tutti, un vispo bambino con i riccioli, morettino con gli occhi grandi. Non era infrequente vederlo sparpagliare le pecore dal gregge in ogni dove con fischi e urla beffarde, percuotere con un ramo di asfodelo (un'ala de iscraria) le galline di Tziu Pissente, o ancora slegare il filo teso con i panni ad asciugare (sa sàrtia) in giornate particolarmente ventose.
Un vero spirito libero, un ribelle nato.
Nonostante tutto era un bravo bambino, anche così discolo era simpatico a tutti (mancari fèsset unu pistricu). Aiutava in casa, nelle varie faccende (fainas de domo), ma sopratutto aiutava il padre, fabbro da generazioni (mastru ferreri). Ma lui, già da piccolo, non aveva la passione per questo lavoro, vedeva solo pecore e verdi pascoli. La fuliggine della bottega lo intristiva. Amava gli spazi aperti e l'aria pura. Con il maestrale in faccia che ti porta i profumi e le fragranze della campagna. Lui un pastore nato.
Appena imparati i rudimenti della lettura iniziò a pascolare le pecore dello zio; tutte le volte che gli avanzavano spazi di tempo leggeva poesie, modas, sonetos, dei poeti più importanti, mandando a memoria centinaia di versi in limba. Anche lui si cimentava a comporre versi.
Da ragazzo, poi, era un ottimo cavaliere, domava i cavalli, li montava, correva nei pali delle feste patronali del circondario, e sembrava quasi li dominasse con lo sguardo, persino i più selvatici con lui erano tranquilli. Questi in sintesi gli anni della sua prima giovinezza. Poi lasciò il paese, in cerca di non si sa bene che cosa.
Più tardi, le cronache del tempo lo videro implicato in fatti delittuosi. Frequentava un gruppo di "balentes" che non sopportavano le angherie dei ricchi possidenti. Nobili di discendenze straniere (istranzos benidos dae su mare) dediti ad ammassare fortune alle spalle dei poveri senza terra, sfruttando la forza lavoro dei braccianti che invece avevano, come unica ricchezza, i figli ed una misera casa.
Lui e i suoi "cumpanzos" non sopportavano l'idea di starsene accovacciati a casa nella cenere del focolare (in su chinisu), magari dopo una giornata di duro lavoro senza alcuna prospettiva futura di avere una esistenza più dignitosa. Loro che avevano i segni di un popolo che per secoli veniva sfruttato dal conquistatore di turno. Frequentava, dunque, un gruppo di "bardaneris" rispettosi di norme e tradizioni del loro popolo, con una morale ferrea. Di volta in volta razziavano il bestiame e le fortune di questi signori. In queste scorrerie qualcuno di loro poteva essere ammazzato o arrestato. Ma l'avevano messo in conto. Lui la faceva franca sempre. Per poi ricominciare un'altra grassazione.
Col tempo divenne uno dei più ricercati. Per anni nessuno riuscì, tuttavia, a scoprire dove si rifugiava. Ne le grosse taglie furono di stimolo alla delazione. Anzi spesso gli davano rifugio quelli che sostenevano le loro ragioni, con la motivazione che l'autorità tutela solo i ricchi e i potenti, chi ha le spalle coperte secondo l'antico proverbio di "Chie tenet santos in corte no morit de malasorte" (chi ha santi in paradiso non muore di sventura). Tutto quello che si conosce di lui è che scomparve. Decimato e quasi annullato il gruppo di "bardaneris", che aveva segnato decine di "esropri", si trovava spesso solo. Braccato da tutti, per via delle sue idee che potevano essere contagiose.
Negli anni furono persino installati nuovi avamposti di militari contro quello che definivano il brigantaggio, e nella forma particolare il banditismo. Di lui, però, nessuna traccia. Qualcuno, in punto di morte disse che aveva preso la via del mare, verso altre terre, oltre il grande mare tondo.
Oggi è tornato. Una carretta del mare lo ha riportato nella sua terra. In mezzo a tanti altri disperati. Con gli anni ha imparato i diversi idiomi, non gli è stato difficile perché ce l'ha nel sangue, la sua gente per millenni si è spostata nei diversi punti cardinali, lui discendente dei popoli del mare li  capisce e sa che la loro vita e il loro destino non è diverso dal proprio. Senza documenti le autorità lo hanno subito preso, insieme ai tanti. Li avevano già avvistati prima dell'arrivo. Anche lui immediatamente accompagnato in un Centro di Permanenza Temporanea in mezzo ad una moltitudine plurilingue di diseredati. Fra gli insulti, che capiva benissimo, e gli spintoni. Magro, stanco, stempiato, la barba lunga, gli abiti lisi, ormai non era più riconoscibile.
Lui, lo spirito ribelle, ha cercato la fuga. Inseguito dalle forze dell'ordine (sa zustìssia), con i cani, armata fino ai denti; non si sa bene come, saltando l'alto muro di cinta percorso da vetri e punte di ferro, per fatalità, ha battuto la testa contro una roccia, lasciandolo ormai privo di vita. Lui che aveva affrontato a testa alta le bardane, con sprezzo del pericolo e lo sguardo fiero, che aveva schivato le fucilate persino delle temute Compagnie dei Barrancelli. Giaceva a terra privo di vita. Un passante, ormai vecchio, lo riconosce.
Ora la madre lo tiene fra le ginocchia. Intorno le vecchie del paese, le vicine di casa vestite a lutto (sas tzias de bichinadu chintas de nigheddu). Lo piangono e lo cantano, con un modo antico, ancestrale, di piangere i propri morti. "S'attitu" o "attitidu", il pianto funebre riservato alle donne. Non era più accaduto. Se n'era persa la tradizione. Loro, le custodi di questa usanza ormai persa ed inghiottita nei meandri della "civiltà". Le parole cantate hanno lo stesso ritmo e la stessa metrica della ninnananna, una metrica in quartine, alla fine di ogni quartina, aggiungono l'intercalare: Ohi! coro de s'anima mia! (Ohi! cuore dell'anima mia!). Le movenze assomigliano all'allattamento, nel tentativo quasi magico di ridargli vita. Lo cantano e lo piangono. Come un condottiero di altri tempi, Principe del Bosco, entrato nella leggenda.
"Su pitzinneddu est torradu a domo sua"
Il bambino è tornato a casa sua.
Per non ripartire più.


 "La Madre dell'ucciso"

Quest'opera fu realizzata nel 1907 dal grande scultore sardo Francesco Ciusa ad appena vent'anni ed esposta alla Biennale di Venezia.

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venerdì, ottobre 12, 2007
Lo scontrino

Fra i vari propositi che si era pre-fissato, trovava posto, non fra le prime priorità, quello di vuotare il suo portafogli e, quindi, vagliarne il contenuto: foglietti, scontrini, biglietti da visita, tickets vari, insomma tutto ciò che nel giro di diversi anni aveva trovato posto nelle tasche del portafogli (che in realtà veniva usato principalmente come portadocumenti).  Doveva farlo. L'aveva rimandato già da diverse settimane. Ma doveva farlo. Non buttava via mai niente, "non si sa mai", diceva. Così aveva fatto per le bollette di qualsivoglia origine, gas luce acqua telefono bollo revisione condominio, insomma tutte quelle carte che se non le conservi, quello li, lo Stato, che poi serve ad indicare tutto quel coacervo ed indistinto gruppo di enti società et similia che erogano servizi ma, ma!, arriva il conto; si, quello la, te li cerca...i soldi. Paranoie ataviche e forse inscritte nel dna, per cui bisogna sempre essere pronti a pagare, perchè Lui può chiederti "il suo credito" quando gli pare. Poi sarai tu a dimostrare che già lo avevi fatto. Comunque, detto questo (ogni tanto perdo il filo!), aveva deciso di buttare le cartacce che non gli servivano più. Aperto il primo scomparto, inclinato il portafogli in modo da farne uscire il contenuto, uscì e cadde, per terra, una quantità inverosimile di scontrini e accidenti vari. Riuscì a prenderne uno al volo. Lesse il contenuto. Pennello euro 2,50, spatola di ferro 1,80, cartavetrata per metalli euro 2,45 per fogli 5, euro 12,20 un baratolo di vernice nero brillante in gel (quella che non ha bisogno di acquaraggia).
Subito gli venne in mente quella giornata, quella dello scontrino. Lui era il cliente n. 3 di quella mattinata. Pazzesco le informazioni che ci stanno in pochissimi cm. quadrati. Ricordò quella mattina. Entrò nel negozio di ferramenta, appena dopo l'apertura. C'erano già due clienti. Il vicino di casa che lo salutò abbozzando un sorriso (uomo di poche parole) ed un ragazzo mai visto prima, vestito con una salopette da lavoro, t-shirt con l'immagine di un gruppo metal, scarponi antinfortunistici con i lacci. Dopo che il commesso servì i due, arrivò il suo turno. Aveva la lista scritta in un foglietto. Tutto l'occorrente per pitturare il cancello dell'ingresso di casa. Un cancello nero in ferrobattuto, ormai preda della ruggine che (parafrasando un noto brano di Neil Young) ...non dorme mai.
Messo il materiale nella busta di plastica si recò subito a casa. Il giorno era senza vento, non afoso, insomma l'ideale per verniciare. Iniziò subito l'operazione di pulitura e scartavetratura della superficie ferrosa.
Era il primo giorno di ferie. I pensieri lo tenevano occupato ed era una occasione buona per non parlare; di parole ne diceva già tante durante il giorno, con i conoscenti, la moglie e i figli, a lavoro coi colleghi. Cominciava ad esserne stanco. La parola doveva ora lasciare il posto all'azione (scartavetratura) e al religioso tacere. Di cantare poi non ne aveva voglia.
Questo ricordava vedendo dopo molto tempo lo scontrino, tenuto all'angolino, fra il pollice e l'indice. E questo lo impauriva, poiché al prossimo scontrino o documento, si sarebbe ripresentata puntuale l'immagine, o le immagini, dell'accaduto.
Ma lui voleva dimenticare. Anzi essere dimenticato. Ora che aveva iniziato un'altra vita, si una delle tante vite parallele che lo riconducevano sempre nei soliti posti di partenza. Ora lui, come altri, era tornato al luogo di origine. Nella terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo. Non stava scappando, anzi. Stava ri-tornando al luogo di origine dopo tanto peregrinare, lui, figlio, nipote, pronipote di quella gente che si era "perduta" dopo la grande e spaventosa onda che coprì, millenni prima, le terre del CAMP-DAN. Dopo il nulla. Le enormi Torri-di-pietra costruite dalla sua gente, scomparse sotto un profondo strato di terra limacciosa, e qua e la acqua, mare. Poi ancora pestilenze e carestie. Molti presero il largo con le ultime imbarcazioni disponibili. Quelli rimasti, organizzati in gruppi, si divisero le terre ponendo le basi, terribili, per faide che distrussero quel poco di buono che restava dei comportamenti fra comunità.
La moglie, quando gliene parlò, intendo dire, quando le disse che doveva "tornare" lo prese per pazzo. Non capiva, non poteva capire. Non voleva capire che era giunta l'ora di tornare al luogo-delle-tracce-perdute, in s'arrastu antigu che-i sas predas. Gli diceva che avrebbero perso tutto: il lavoro, la casa, il conto in banca, la posizione acquisita dopo anni di sacrifici e precariato.
Il crepitio delle fiamme, alimentate dai fogliettini si fece più intenso, lembi di carte alleggerite dal fuoco si levavano in alto, nere, accese, per poi ricadere sul pavimento.
Non era il caso di ricordare ancora. Ora era di nuovo a casa. Fuori soffiava un vento gelido, l'inverno era alle porte. Che sarebbe stato un inverno rigido lo aveva notato dal comportamento del gregge a giugno, in lampadas, raggruppate a piccoli gruppi, a fiotteddos, stranamente infreddolite. Quasi a segnalare l'imminenza di un inverno rigido. Questo strano comportamento animale lo ricordava dalle storie che raccontava suo nonno, anche lui pastore, ma che non ne volle sentire di partire, ancora, fra un continente e l'altro. Suo Nonno si lasciò morire, in quelle terre lontane, quando fu costretto a vendere il gregge, sa roba, perchè il proprietario terriero non rinnovò il contratto di affitto. Se ne fece una malattia. Diceva sempre "no est zustu, chie tenet terras non tenet roba, chie tenet roba non tenet tancas. Sa terra depet esser de chie la triballat" (non è giusto chi ha terre non ha gregge, chi ha gregge non ha terreni. La terra deve essere di chi la lavora).
Queste ultime immagini le vedeva fra le vampate del camino. Le ultime.
Poi s'addormentò. Prima dell'alba doveva essere in piedi per mungere.
Mentre il tempo scorreva, inesorabile.

(...)
vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai
che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l'impossibile osare
osare perdere
grande è l'impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
CI SI PUÒ SOLO PERDERE
(...)
da "Militanz" - CCCP Fedeli alla linea

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venerdì, agosto 17, 2007
Stanze di ...vita vissuta

Quasi spenti gli echi ferragostani. Giorni in cui il riposo è d'obbligo; il divertimento è d'obbligo (Ma non si evadeva dagli adempimenti?!). In quella/questa settimana, quei due tre giorni, tutto può, deve, accadere; di piacevole, ovviamente. Però... posti comodi, ma noiosi; posti interessanti...  ma scomodi. Sisalvichipuò! Mare, monti, macchine, ingorghi, file, gente, folla, caldo, suoni, rumori, zanzare. Sisalvichipuò!
Oggi, Sssshhhhhh, tutto (o quasi) è finito. Puffff svanito. Fino al prossimo anno. Nuovogironuovodivertimento. Meteo permettendo. Verso altre mete, altri luoghi, last minut, No-alpitour, vacanze organizzate, anzinò come-viene-viene, oppure boh!
Oggi, Sssshhhhhh, tutto (o quasi) è finito. Davanti ad un piatto di spaghetti "perchè siamo stanchi di novità", poite semus istracos de novidades. Giusto, ieri, o l'altroieri, in mezzo a tanti, troppi, in incognito perchè "...nessuno immagina chi siamo". Poco importa chi siamo. Siamo, eravano, laggiù per divertimento, funny day.
Pochi scampoli di divertimento, ancora. Ritagli di sorrisi, coriandoli di riflessioni, ché durante l'anno il tempo non c'è. Pochi ancora. Poi, il solito tran tran, ognuno perfettamente incastonato nei ruoli, che la "società" ti impone, ma che ti sei imposto, obtorto collo.
Io? Io! Resto quì, dove ero, dove erano già gli altri "me", a suo tempo, dietro al gregge in transumanza, in tramuda, in attesa di riattraversare il luogo che spesso racconto, che non potrò svelarne le coordinate, ma che forse questi giorni avete attraversato, ma non lo ricordate (o non volete dirlo).
Io resto quì, non mi sono mosso. Attendo un'altra "Assunta", pagana come sempre, fra una reclame e uno spot televisivo, idonea ad indicare "l'isola dei sogni", ma che non avrò/avrai mai se-non-ce-l'hai-in-testa. Tu dovrai/vorrai tornare, forse stai già tornando nei luoghi in cui non si recita a soggetto, perchè il ruolo è tuo ed è reale; con la speranza di ri-tornare in queste scene, magari come figurante teatrale nelle "stanze di vita quotidiana", le scende dei luoghi che nel profondo dell'anima conosci perfettamente, perchè tuoi, lasciando (forse finalmente per sempre) i luoghi in cui sei in prestito, ramingo "in cerca d'autore" per ritornare qui, sano e salvo, nella Terra In Mezzo Al Grande Mare Tondo. Ci troverai già quì davanti l'esedra, le pietre lunghe conficcate nel terreno, da migliaia di anni, per vedere come il sole nasce e muore ogni giorno in quel punto, fra la roccia a forma d'uomo e l'ingresso della grande casa. Senza fretta e senza tempo.
saludos


Sa tzitade morta

Artiande sas iscalas
su silèntziu nos at postu a timer
o carchi cosa chi pariat un isetu.
Amus cunsacrau che idolos nostros sos montes a fùrriu
ponende fide in s'amparu issoro
S'aba nos abiat sighiu in totu su biazu
Passadissos cun paga lughe
Sos cartellones naran de passizadas in mare
fotografias de discotecas
e de tropas chi bufan, testimonzos
de aer tentu bonu acòlliu
Mesas chi mustran de isetare atera zente
in àtera ora
Pedire sa matessis cosas chi amus mandicadu dae una chida
Poite semus istracos de novidades
Oje in die semus partios
Nemos nos at pediu inube umis diretos
Poite inoghe goi
Inoghe goi nemos s'imazinat chie semus


Massimo Volume ("DA QUI")

LA CITTA' MORTA

Salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio
e qualcosa che pareva un'attesa
Abbiamo consacrato a nostri idoli le montagne intorno
confidando nella loro protezione
La pioggia ci aveva perseguitati per tutto il viaggio
Corridoi male illuminati
I cartelli parlano di gite al mare
Foto di discoteche
e di comitive che brindano, a testimoniare
l'ottimo servizio
Tavolini che sembrano aspettare altra gente
in un altro momento
Ordinare le stesse cose che mangiamo da una settimana
Perchè siamo stanchi di novità
Oggi siamo partiti
Nessuno ci ha chiesto dove saremmo andati
Perchè quaggiù
quaggiù nessuno immagina chi siamo

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storie, traduzioni in sardo, shrdn

domenica, luglio 01, 2007
Ischis chie ses

Sai chi sei.

Già da piccolo, nella sua infanzia, appena imparato ad articolare frasi di senso compiuto, il nonno, "mannoi", gli diceva, piano a bassa voce, "tue ischis chie ses e de ube ses, lu tenes inintro, in sa zenna de s'anima" (sai chi sei e da dove vieni, ce l'hai dentro, nell'uscio dell'anima).
Frasi che gli rimbalzavano nella memoria, a distanza di anni, come un eco lontano; per poi scomparire, da dove erano venute, dai meandri della memoria; a volte incomprensibile riaffiorava questo concetto, come una leggera brezza che passa fra le persiane, così gli ritornava in mente quel parlare del nonno. Il suono delle parole erano diventate una filastrocca, ma il senso, il significato, ormai, quasi slegato dal significante.
Certo ora parlava e capiva e si esprimeva e sognava in un'altra lingua. Ma dentro, come brace sotto la cenere, affiorava, lentamente, quel vociare del nonno ..."tue ischis chie ses e de ube ses".
Ne aveva perso, irrimediabilmente il senso, era necessario ritrovarlo, forse per dare un senso alla vita, alle cose che faceva, o che credeva fossero importanti. Intanto continuava la sua vita. Nei luoghi lontani, anzi lontanissimi dai luoghi dell'infanzia del nonno.
Il padre ormai aveva acquisito dimestichezza nella lingua di quella Nazione, era stato possibile anche modificare il cognome, "su sambenau", diciamo che lo si faceva per moda, non tanto per mimetizzarsi ma, sotto sotto, anche per quello; il nonno diceva che quel cognome, agli inizi quando approdò in quella nazione alla ricerca di un lavoro, faceva storcere il naso, era ingombrante, quel cognome ricordava chiare origini lontane di popoli qui trattati con distacco e diffidenza.
Negli anni accadeva sempre più spesso che a questo nipote, e figlio, di persone perfettamente integrate, inspiegabilmente, anziché lanciare un'imprecazione, come era solito fare nella sua lingua... poff!, di punto in bianco, senza un ma o un perché, lanciava una frase apparentemente senza senso, recuperata dai meandri del suo passato, coma da un fiume sotterraneo, che ripescava dai meandri di altri "passati".
Allora si meravigliava, ..."Lampu l'achirret!", lanciata l'imprecazione, "ghetau s'irrocu"... pensava, cosa vorrà dire. Cosa avrò detto mai; allora ricordava ...già! una delle tante frasi di mio padre, che poi anche lui riprendeva da "mannoi"!. Ma era contento, non sapeva cosa aveva detto, ma era contento ugualmente, "s'irrocu" era stato un buon parafulmine, una bella scarica e via.
Più il tempo passava e più le frasi gli ritornavano alla mente, le ripeteva a fil di labbra, quasi impercettibilmente, a lavoro fra i colleghi che lo guardavano attoniti, stupiti, quasi a pensarlo un po pazzerello.
Lui zitto zitto abbozzava un sorriso, sapeva bene cosa gli stava accadendo, sapeva che tessera dopo tessera, tassello dopo tassello, gli stava tornando in mente tutta la parlata dei "suoi", riaffioravano le sue radici. Non solo ne capiva il senso. C'erano volute due generazioni per farle tacere, ma esse prepotentemente avevano trovato l'uscita.
Ora lo vediamo felice sopra un aereo, parlare con un compagno di viaggio diretto alla stessa meta, la "Terra In Mezzo Al Grande Mare Tondo": SHRDN, Shardana, Sardinna, Sardegna.
Non vede l'ora di conoscere il suo popolo e comunicare con la sua lingua, nei luoghi che erano stati di "mannoi". "No parit berus", non sembra vero, ma è così: ora Sa Chi è, E Da Dove Viene.
All'arrivo, la situazione dei luoghi è sotto i suoi occhi, millenni di cani da rapina hanno portato via tutto, o quasi, occupando con la forza terreni fertili per giocare alla guerra. Ma ora lui è qui, con tanti altri, chi "allegant sa limba de mannoi", che parlano la lingua di nonno.
E quella lingua non la lascerà più.

 

Ratapignata
- PESA PRUINI


Fogu dd'abruxit !
Lampu ti calit !
Is canis dda tirint !
De arrori mannu
Si nd'est torrada a scidai de candu fiant
Is domus cun perda manna
Kistionai in lingua nosta
Cumprendi totu in dd un''orta totu
Ca tantis no ndi calat

No parit berus ca ddui seu torrau
Is propius fueddus lintus e pintus
Ma su sensu abarrat cussu
In pagus a solus a solus
Cun su scraxiu prenu a forrogai
Su fundu 'e sa pinjada

Po cussu inguni, is arrexinis suint a su tzugu
Po cussu innoi, tzurpus, surdus e mudus
Po cussu inguni, fillu bonu no ddu est nudda po tui
Po cussu innoi, no s'acudint is barras

da "SIGHI SIGHI - 2005"

(Solleva la polvere

Che il fuoco la bruci!
Che ti colpisca un lampo!
Che i cani la lacerino!
con grande disavventura
Si è risvegliata da quando c'erano
le case costruite con i massi.
Parlare nella nostra lingua.
Capire tutto in una volta
che tanto non scende.

No sembra vero che ci sia riuscito
Le stesse parole chiare e dipinte
ma il senso resta quello
In pochi soli soli
con la pancia piena a frugare
il fondo della pentola

Per quello li, le radici succhiano il collo
per quello qui, ciechi, sordi e muti
per quello li, figlio buono non c'è nulla per te
per quello qui, le mandibole non fanno in tempo.

Vocabolario sardo:
Luigi Farina - Bocabolariu: Sardu-Nugoresu-Italianu

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lunedì, ottobre 10, 2005
Shardana di Mas-Oneh Bran'hu.

Gli occhi... si, quegli occhi li aveva già visti alla festa del paese.
Oggi, quegli occhi, nella festa mascherata della trebbiatura, quello sguardo penetrante, come quella volta, gli faceva ribollire il sangue.
Dietro quella maschera che le copriva il viso, ma liberi gli occhi, c'era lei, quel giorno, come oggi. Da sempre sognata,immaginata, oggi realtà.
Lontano dai rumori e suoni della festa si erano presi e amati.
Da allora ogni volta come la prima volta.
I capelli castani sciolti di lei, nei chiaroscuri della luna, profumavano di spezie perdute, e il maestralino faceva il resto spargendo nell'aria il suo profumo.
Lui, Urur, un fiero shardana, figlio di transumanti provenienti da Tiscali, preso da una passione senza fine.
Dopo tanto peregrinare nei paesi lontani del grande mare tondo, aveva si conosciuto mille e più donne che potevano somigliarle, ma lei era unica. Lhika, la figlia di un fabbricante di fassonis della piana di Oru'e'Istainis vicino a Othoca.
Questa è l'ultima notte da passare insieme, domani, alle prime luci dell'alba partirà con gli altri di nuovo per i luoghi perduti, forse per non ritornare più. Ma questo è il suo cammino, così è scritto, questo è il suo destino. L'avevano messo in conto. Se tornerà a Mas-Oneh Bran'hu questa volta non la lascerà più, se tornerà.

Un ultimo profondo sguardo a cercarsi negli occhi, un ultimo bacio. E il tempo nella meridiana è già scaduto.

Questo pensava e vedeva a occhi aperti Mi-Hali, il discendente diretto di Urur, dal ponte della nave Tirrenia, con una laurea in tasca ma senza un centesimo nel portafogli; destinazione continente, alla ricerca di un lavoro.
Ad un tratto un brivido nella schiena, uno sguardo fugace di una ragazza gli passa davanti, gli stessi occhi di Lhika. Ma lui gli occhi di Lhika non li aveva mai visti, forse un'allucinazione, forse. Sparisce di nuovo, un allucinazione?
Mentre la sua mente vaga altrove, lo sguardo fisso nella scia spumeggiante della nave; una lacrima gli solca il viso. Gli auricolari del "ipod" bene inseriti e il bavero della giacca sollevato lo aiuteranno a coprire il rumore costante del motore e una scolaresca chiassosa in gita che si aggira nei meandri della nave. Meglio sentire un po di buona musica, meglio.
Ma anche Mi-Hali, discendente diretto di Urur, shardana di Mas-Oneh Bran'hu, un giorno tornerà, e quel giorno può essere già oggi.


"L'abitudine"

Ora è la sera
morbida e chiara
bacio di ponente soffice
sulle nostre labbra aride

E di fine odora già l'abitudine

Notte, la nera
un sudario avvolto su di noi
spegne la sera
e fruscia la sua falce presaga

E di fine odora già l'abitudine

Ora la fine è già un'abitudine.

(Marlene Kuntz - da "Ho Ucciso Paranoia")

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lunedì, agosto 22, 2005
Dopo quella curva

Dopo quella curva, "apustis cudda furriada", si subito dopo quella grossa quercia, vicino a quel masso di calcare obliquo levigato appoggiato ad un costone roccioso, "sa tella manna", un tempo, per chi ha buona memoria! si trovava anche un grosso ginepro, un possente ginepro scultura vivente de "su bentu estu", del maestrale. Oggi sola, proprio a due passi, accompagnata da qualche giovane leccio, resta la quercia. Poche decine di metri più in la, tanti anni or sono, una altrettanto possente venne abbattuta da un fulmine. Ma questi sono racconti di chi ormai vive solo per raccontarli, "contus de meda". Dicevo di quel ginepro, bene, quel ginepro, "su tzinnibiri becciu", era punto di riferimento per tutti, cacciatori compresi. Ci si incontrava li, era persino facile darsi appuntamenti, il luogo era inequivocabile.
Oggi, dicevo, non esiste più. Mi hanno detto che un signorotto con tanto di titolo nobiliare comprato dagli spagnoli, il tempo di "todos caballeros", ne ha fatto un camino e il resto l'ha usato per ricavarne travi per il soffitto della sua villa, vanto del casato. Mah!, buon prò, così vanno le cose! C'è persino chi taglia le teste alle sculture naturali del vento per portarsele a casa, là in continente, come trofei presi nell'isola del vento. Bah! Il tempo li ha già condannati!
Quindi dicevo di quella curva col ginepro e "sa tella manna". Ebbene, quello era il limite dei territori di Mas-Oneh Bran'hu. Mio padre, prima di arrivarci col gregge in transumanza, mi diceva sempre "attento, stai attento, dopo quel limite, dopo su tzinnibiri, iniziano le terre di Mas-Oneh Bran'hu; quando ci passeremo dentro, "aintru sa bidda", dentro il paese, fatti condurre da loro, dalle pecore, non ascoltare né vedere nulla, dimenticati ciò che vedi. Continua a fare così anche dopo che non ci sarò più". Dopo quel limite, il resto dell'inizio della mia esistenza, persa nel vento. Dipinte nelle pareti interne di una grotta scavata nel calcare, a testimonianza della vita che scorre in cerchio perpetuo; immagini di danze dei tempi andati, dopo notti di feste interminabili. Voci, rumori, suoni, odori, sapori, sensazioni. Unici ed irripetibili. Non puoi raccontare perché non trovi le parole. Dopo quel limite, un giorno, ucciso dalla curiosità, ho aperto gli occhi. Ho visto. Da allora è finita la transumanza. Ci sono rimasto. Ero io che "portavo", in una vita altra, i pastori erranti che transitavano silenziosi a capo del gregge, col volto coperto per paura di chissàchecosa. Da quel giorno, tutto ciò che c'era prima di quella curva, puff, sparito, scomparso dalla mente.
Oggi abito ancora a Mas-Oneh Bran'hu, dopo quella curva ho costruito la mia casa in granito, un pozzo al centro di un ampio cortile, sotto il pergolato. Cosa era, e cosa è ancora oggi Mas-Oneh Bran'hu, lo racconto solo a chi ha orecchie per sentire e occhi per vedere. Se non ti basta ascoltare lo puoi vedere da te aprendo gli occhi, ma non basta avere le palpebre aperte e le pupille ben dilatate. Può vederlo solo chi vuole. Perciò quando vedrai un gregge in transumanza, da queste parti, fatti trasportare da loro. Forse, se avrai pazienza, ti condurrà qui... Se vorrai potrai entrarci. "Apustis cudda furriada". Dopo quella curva. Vedrai!

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lunedì, luglio 25, 2005
Il Paese che non c'è - Bidda chi no ddui est.

In mezzo ai boschi di lecci e querce secolari tre colline: tre ponti le collegano a forma di triangolo equilatero. In ogni collina una fornace, fabbrica di tegole e brocche; un pozzo; sette ramai; un poeta; un costruttore di cassapanche con uccelli di stagno disegnati.
Una strada proveniente da Gah'Dni le attraversa, da nord a sud; un'altra ad est nasce ad Aì'Sharah. Un gregge in transumanza transita, oggi come ieri, e come domani, proveniente da nord di Brbaxaxa, destinazione Cmp-Dan; lo vedrai ritornare fra sei lune.
Uno scarabeo stercorario, passando nella esedra polverosa del tempio Aiodha ha disegnato con la sua palla sette cerchi concentrici; subito dopo tre formiche, che trascinano paglia di grano, vi hanno tracciato tre raggi equidistanti verso il centro. Il labirinto è stato ridisegnato. Oggi come diciotto anni e sei lune fa: per la notte della luna nel pozzo.


Durante il giorno il frinire delle cicale; il suono melodioso delle launeddas di tziu Gutzurei; il martellio sincronico dei ramai sul rosone della calderuola; il canto delle giovani madri mentre lavano i panni nel ruscello; Lisei canta un mutetu d'amore sotto il balcone della bella Gunaria.
Questo oggi a Mas-Oneh' Branhu in un giorno della settimana dell'anno 2005 ... avanti Cristo.
Se ti capiterà di passare in questi luoghi visita Mas-Oneh 'Branhu, il Paese che non c'è. Se non lo troverai cerca un gregge in transumanza e fatti condurre, il pastore non saprà darti indicazioni, le pecore ci passano da sempre.
Tu lo vedrai ma non potrai raccontarlo. Anzi giurerai di non averlo mai visto.
Altre volte in futuro lo farò io, per non dimenticare chi eravamo e saremo. Una volta ricordato sarà già "passato" ... in questo non-luogo.

giurerai di non averlo mai visto. Ma non potrai più fare finta di niente!

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mercoledì, giugno 15, 2005

Voci di pietra. Boghes de pedra.

Voci del popolo SHRDN.

Il tempo qui sopra non mi manca. In pochi ci sanno arrivare, il bosco è fitto e ci sono diverse stradine fatte apposta per non trovarlo e farti tornare al punto di partenza. Qui, sopra questo grande lastrone, in cima al nuraghe di Pohiòlu. Ci sto seduto diverse ore, a guardare lontano d'estate, quando ormai non si munge più, di meno durante le altre stagioni, quando il lavoro mi impegna maggiormente. Ma quando ho poco tempo rifletto più profondamente. Mi sa che quando ho tanto tempo davanti, isfainadu, il sonno mi prende più di frequente e allora sogno, bisos, ma non mi ricordo cosa. Preferisco vedere le cose ad occhi aperti e ricordare le cose per continuare a farle vivere, questo è il mio compito, il mio mestiere mi da solo da vivere. Questa è la mia funzione, ricordare, amentos pro sa zente.
Dicono, al paese, che io sono uguale a mio padre, che a sua volta era simile al suo. E le fotografie lo mostrano chiaramente. Ma a memoria d'uomo, Tziu Lillinu che ha novant'anni ve lo conferma, pare che i miei avi avessero la stessa faccia e corporatura, sa matessi bisura, intendo dire quando le foto non esistevano. Quindi sono uno di quelli. Allora tutti insieme i "sambenados" formavano il grande popolo SHRDN. Del popolo di quelli che c'erano, o che sono dovuti andare via ritornando alcuni dopo molto tempo, ma anche di quelli che sono rimasti a memoria e testimonianza del posto e proseguire il cammino del popolo SHRDN.
Qualcuno in paese dice che non ce le ho tutte a posto, intendo le rotelle. Io li lascio pensare ciò che vogliono, tanto poi lo so chi sono e da dove vengo. Poco importa cosa pensa di me la gente senza radici, chentz'e raighinas. Quando dico che il mio "sambenadu", il mio cognome mi!, è uno di quelli che c'erano già quando costruirono Mas-Oneh Bran'hu. E c'era anche dopo, quando costruivamo quelle torri simili a questa; ci dicevano già allora che non servivano a niente. Gente tonta che non capiva l'importanza. Il mio sambenadu era sempre presente allora, e ha continuato ad esserlo anche dopo, insieme alle nuove religioni ma senza farsi scoprire, a fura mi!, ad osservare le mutazioni della terra con i giochi di luce nelle fessure che avevamo abilmente praticato nelle murature, con giochi di geometrie che ... insomma è un po’ complicato da spiegarvi in poche parole. Dovreste venire il bintunu di lampadas, il 21 giugno, a vedere quelle cose. Era presente anche durante la carestia, quei terribili decenni. Alcuni di noi, del "sambenadu", erano imbarcati insieme agli altri SHRDN. Il mio sambenadu non era molto contento, ma ci toccava, alcuni di noi tanto avrebbero continuato a tenere le terre e il bestiame (sa roba). Al ritorno avremmo fatto i conti, infatti alcuni tornarono. Non immaginate i festeggiamenti. Alcuni di paese invidiosi, imbidiosos, dicevano che avevano fatto cose indicibili nei luoghi vicini al grande mare tondo chiuso, raccontano di massacri e bardanas, e che tenerli con noi voleva dire avere Dio contro, ma come potevamo mandarli via, erano del sambenadu, e poi erano qui prima di quelli. Ne avevano diritto.
Ora sono qui sopra a raccontare, a bogare contos, a voce alta. Tanto nessuno mi ascolta e se mi ascolta non ci bada. Sono abituato a sentirmi dire che sono un po' pazzerello, tocadu de turra. Intanto meglio ricordare, lo faceva mio padre con me, io lo farò coi miei figli, che lo faranno con gli altri. Raccontare chi eravamo e chi siamo. Se fosse vivo quel Ramesses egiziano si cagherebbe ancora oggi mì, poi alla fine a lui gli era toccato tenersene molti nel palazzo perché si sentiva più sicuro. Non faceva a scherzare con loro. Mentre a poco a poco ancora oggi ritornano quelli del "sambenadu", dal mare, con barche mezzo sfondate, a dire che erano partiti con navi potenti; a volte non li riconoscono, dopo centinaia centinaia di anni. Io però li riconosco, hanno la mia stessa "bisura".
Andammo per mare, dal mare ritorniamo di nuovo qui, a casa, insieme agli altri SHRDN.


 

Boghes de pedra
(Voci di pietra)
(da "boghes de pedra" dei Kenze Neke)


Boghes de pedra nos amèntan gherra, boghes de gherra nos amèntan terra,
terra ifusta
Sambene chi su tempus no at mai firmadu
pedras amuntonadas no l'amèntan.
Terra ifusta de sambene, terra ifusta.
Trumas de isperàntzia e libertade disizos de bramare cun boghe 'e tronu
disizos chi sùlcan s'istoria de custa terra sempre aversada.
Boghes de pedra nàran est ora de bìvere in paghe.

Imponente massicciu e amiradu fisti unu tempus o Nuraghe antigu.
Dae Fieros e Fortes Sardos abitadu,
semper prontos a cumbàter s'inimigu, a gualdia, a difesa 'e s'amigu.
Oje ses dae totus abandonadu,in mesu a frascas totu in intrigu
isfidendhe su tempus inclemente.

Arrea solenne ciclopicu Nuraghe
incompresu, impoltante e gloriosu.

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domenica, febbraio 08, 2004
VITA QUOTIDIANA ...

VITA QUOTIDIANA

Sono ormai alcuni giorni che ci penso. Chi ero prima di oggi. Voglio dire se mi conoscevo come mi conosco ora. O ancora, se sto vivendo la mia vita, quotidiana; oppure se questa è la vita di un altro me. Chissà di quanto tempo fa; intendo dire di una vita parallela. Quando guardo le pecore al pascolo, gli agnellini che giocano e saltano rincorrendosi, o succhiano il latte; il cane pastore che ad ogni piccolo rumore aguzza le orecchie e mi guarda come attendesse un ordine.
Io sopra uno spunzone roccioso che domina il circostante, di fronte ... il mare, e proprio sotto, a strapiombo, il lato nord di Cala Luna. La spiaggia è vuota, finalmente. Il mare increspato. Una barca in lontananza, non distinguo il colore. Un leggero odore di salsedine misto al profumo di lentischio, cisto e corbezzolo.
Sono ormai alcuni giorni che ci penso.
Ora mi ricordo.
Lavoravo in una fabbrica al nord, mi pare fosse a Monaco, in Germania. "Mi paret o fortzis fut in Dortmund". Ero addetto alle presse. Tutti i giorni lo stesso lavoro. "Su matessi triballu". Certo la paga era buona, anche se ogni tanto mi dicevano, nella loro lingua, "non capisci niente", "tutti uguali gli italiani". Io per davvero non capivo niente. "No cumprendio nudda aberu". Capivo solo ciò che mi interessava. Il resto no! Non mi apparteneva. Fino a quando un giorno, la tragedia. "Unu dannu mannu". Il mio collega di lavoro, Antonicu, con cui dividevo il tempo, ... uscire a bere una birra, parlare, mangiare. Il mio collega, "su cumpanzu meu", che dormiva con me ed altri 10 sardi, in baracca. Eravamo tutti amici, lui più degli altri. "Issu de prus". Forse per distrazione o per una fatalità. Viene schiacciato dalla pressa. Una morte atroce. "Mischinu iscuartarau dae sa machina". Quella faccia con gli occhi sbarrati, piena di sangue,  "prena de sambene, chin sos ocros ispraurios", ce l'avevo impressa, come marchiata a fuoco, nella memoria, "no che la podio iscatzare". Non voleva più uscire fuori. Poi non ricordo. "No mi l'amento prus ..."
Ieri è venuto a trovarmi mio cugino. "Fradile meu". Ha l'ovile vicino al mio, appena a tre chilometri di camminata. Abbiamo parlato del prezzo del latte, del pascolo, poi ... "amus mandicau ... apustis ..." ... si, dopo, abbiamo mangiato qualcosa insieme.
... Poi, ora si che mi ricordo.
Dopo la morte di Antonicu ho vagato ramingo in mezza Europa. "Cumente unu bundu". Come un'anima in pena. In Olanda, Spagna, ..."in continente". ... A un certo punto, "a unu tzertu puntu, como eia, mi l'amento, apo bidu sa nave. Apo forrogau in buzaca e tenio su dinare de s'urtima busta-paga tedesca". Proprio così con i soldi dell'ultima busta paga ho comprato il biglietto della nave, i soldi li avevo ancora in tasca. "Apo comporau su bullete e soe partidu cara a Sardinna. Apo prantu totu su biazu. E non cumprendìo poite". Ho pianto senza sapere il perché. Certo, ora lo so, piangevo perché tornavo nella mia terra. Non sapevo dove. Ma dovevo tornare. "Oje soe inoche", oggi sono quì. Chissà se davvero questo fa parte del mio passato. "Mi paret de sicuru ca est goi. Mi paret". Mi sembra.
Domani vado in paese,"a bidda", chissà da quanto tempo non torno. "No mi l'amento". Non ricordo. "... Fortzis, perou, si mutiat Zubanne, ... nono, fut Marieddu, eia o fortzis aberu Antonicu. Fortzis". Chissà se si chiamava proprio così. Ora non è più importante chi era e ... chi sono.
"Como no tenet prus importansia, chie soe".

... Sono ormai alcuni giorni che ci penso. Chi ero prima di oggi. Voglio dire se sto vivendo la mia vita, quotidiana, oppure se....( ... )
Ora dormo. Sta arrivando la primavera ("su beranu"). Ora dormo ...

(... Chi ero prima di oggi.... ; ora .....
...................
.... dormo ...dor ... mo )
......

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