BARDANERIS di tutto il mondo uniamoci: contro le angherie dei potenti, per un'equa distribuzione delle ricchezze

Nome: Su Bardaneri
vengo da Mas-Oneh Bran'hu (antico villaggio del Src-dan) luogo di transito degli Shardana, se capiti da me potrai perderti, in questo non-luogo.
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"Tue no ischis sas serras
inube est suncurtu su sàmben.
totucantos no che fumis 'ughios
totucantos abiamus imbolau
s'arma e su numen. Una fèmina
nos ampaniabat fughinde.
Petzi unu de nois
si fut firmau a punzu tancau,
abiat bidu su chelu bòdiu,
abiat achirrau sa conca e si che fut mortu
insuta de muru, callau.
Como est unu bàtile de samben. Una femina
nos isettat in sas serras."

« Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline. »
(Cesare Pavese, da "La terra e la morte" 9 novembre 1945)

da "Antifa"
2008/04/25 25 APRILE 2008 - le iniziative ·

" ...Chiameremo nuovi numeri e avremo altri nomi
e altri modi per perderli di nuovo..." Massimo Volume
manifestiamo a Cagliari

Accade a volte che le scoperte si facciano... per caso, senza alcuna scientificità. Per cui il novantenne archeologo Giovanni Lilliu , a cui si deve la scoperta e lo scavo, quasi per caso, della reggia nuragica di Barumini "Su nuraxi", potrebbe, diciamo, essere in notevole disaccordo, insomma storcere il naso, di fronte a "scoperte" che per certi versi potrebbero riaprire scenari conoscitivi inconsueti. Anche perché con la Classificazione cronologica che ne fece, per cui i primi nuraghes iniziarono ad essere costruiti in un'epoca situata quasi certamente nella parte iniziale del II millennio a.C.. e di alcuni si è effettuata una datazione alquanto probabile di un periodo intorno al 1800 a.C., darebbe poche chances a chi invece li vorrebbe spostati nel tempo di diveersi secoli prima, giusto per far quadrare teorie "altre" con un piglio meno scientifico.
Sto parlando di coloro che anziché utilizzare gli schemi classici di approccio allo studio delle nostre origini, ad esempio all'archeologia, partendo magari dallo studio delle stratificazioni, adottano diversi strumenti o "discipline" conoscitive come l'archeoastronomia, così come fa Mauro Zedda archeologo in erba ma che nello specifico conduce studi di archeoastronomia applicata all'orientamento di alcuni noti monumenti del periodo nuragico, facendo (ovviamente col beneficio del dubbio) scoperte interessanti.
Altri, invece, scrivono teorie e scenari storici quasi mitologici, come fa Leonardo Melis che con la sua teoria sugli Shardana, chiamati anche "i popoli del mare" li fa provenire da Ur nel 2000 a.C. circa, dopo il decadimento dell'impero accadico, indicando in loro i costruttori dei nuraghi. E che arriva persino a ritenere che "le antiche città sarde della costa non sarebbero state fondate nell'VIII, IX secolo a.C. dai Fenici (come finora si era creduto), ma dai Popoli del Mare (i Shardana e i Thursa) nel XIII secolo se non nel XIV sec. a.C. Perché, sostiene Melis nel suo "SHARDANA I POPOLI DEL MARE", il fenomeno che sommerse le antiche città avvenne nel 1150 a.C., come provato da studi effettuati sulla Costa Sarda e su quella Nord-Africana. Un innalzamento improvviso del Mediterraneo (2-3 metri), dovuto forse a una deglaciazione o un Diluvio del genere di quello Biblico, ma circoscritto al Mediterraneo."
Giovanni Ugas, archeologo dell'Università di Cagliari, invece, opera una rilettura critica dell'intera civiltà nuragica con la sua opera "L'alba dei nuraghi", dando nuovi spunti sulle origini della civiltà nuragica e sui suoi rapporti con le civiltà coeve del mediterraneo. Interessante l'intervista rilasciata a Sardiniapoint
Un'ultima curiosità, a proposito di riletture dei reperti archeologici ce la offre sempre Leonardo Melis che ne "Il calendario nuragico" spiega a cosa serviva la "pintadera", per intenderci il logo che si è dato il Banco di Sardegna. Pensate che a quanto ne sapevo era la forma che serviva per decorare il pane. Mah! invece...secondo il Melis sarebbe IL calendario “Nuragico”, <<......scoperta fatta in contemporanea con un altro studioso che già aveva decodificato l’”Abaco” degli Inca e il loro sistema di calcolo. Chiameremo convenzionalmente il nostro calendario “Nuragico”, anche se vedremo che fu usato parallelamente da altri popoli aventi la stessa origine del popolo che allora abitava la Sardinia. Fra tutti: i Celti, col cui calendario abbiamo trovato incredibili somiglianze. Soprattutto col calendario festivo annuale. ARRODAS DE TEMPUS l’appellativo usato da Nicola De Pasquale, questo il nome dello studioso col quale siamo in contatto da alcuni mesi e che ha il merito della "decodificazione". Noi abbiamo curato la parte storica.
Nelle immagini che seguono vediamo una “Pintadera” sviluppata da De pasquale… a seguire la “Pietra di Nurdole”, in cui abbiamo ravvisato il calendario delle feste agricole e pastorali rapportate alla Luna e al Sole. Quest’ultimo schema o “ruota” corrisponde, come del resto corrispondono le festività, al calendario dei Celti raffigurato in basso a destra con segnate le feste. Le feste lunari, più importanti, formano la “croce” e quelle solari formano la “X”.>>

Non nego che queste cose mi affascinano, anche perchè mi fa piacere sapere da dove vengo, anzi da dove veniano, noi Shardana.
Giusto a seguire un altro post sul banditismo, o sulla cultura di esso, visto sotto l'occhio della macchina da presa. Se siete apassionati di cinema il sito della Regione La Sardegna nel cinema (in collaborazione con la Cineteca sarda) è piuttosto ricco di spunti sulla cultura cinefila sarda a partire dal filone cosiddetto "Deleddiano" fino a quello tipicamente "banditesco" di cui"Banditi a Orgosolo" del 1961 di Vittorio De Seta è, probabilmente, il più noto.Nel sito si legge che ...
"L'idea del film, definito "il film della rinascita sarda nel cinema", venne a De Seta nel 1958 ad Orgosolo, dove si era recato per girare due cortometraggi: Pastori a Orgosolo e Un giorno in Barbagia. Tornato nell'isola alla fine del 1959, il giovane regista siciliano compì un approfondito sopralluogo, partecipando ad una transumanza di pastori e vivendo con loro nel Supramonte. Inizialmente indeciso se scegliere per il suo film una vicenda "interna" al mondo orgolese o un'altra che mostrasse questo mondo nei suoi rapporti, o non-rapporti, con lo Stato, finì con lo scegliere la seconda strada. Lo spunto per il soggetto venne al regista da quello che si può definire un "leitmotiv" della cronaca giudiziaria orgolese dell'epoca: generalmente, quando si verificava un reato grave, un omicidio, una rapina, o un sequestro di persona, le forze dell'ordine fermavano dei pastori o dei contadini che si trovavano nelle vicinanze. I fermati venivano sospettati di essere gli autori materiali del reato o di "aver visto" e di essere in grado di fornire informazioni. Le conseguenze erano comunque drammatiche, soprattutto nel caso dei pastori che, dopo la prolungata carcerazione, una volta tornati in libertà, constatavano gravi danni economici, come la perdita completa o parziale del proprio gregge. Temendo queste conseguenze, non volendo essere fermati, gli orgolesi si davano dunque frequentemente alla latitanza."


Quindi sempre di banditi si tratta, quelli in salsa cinematografica.
Per chi, e spero siano in tanti, ama leggere, ma possono coincidere anche con i cinefili, c'è una vasta letteratura in merito. A partire da chi, nell'ottica dicotomica del guardia-ladri, come Giovanni Francesco Ricci racconta nel suo libro"banditi", del fenomeno dalla parte, si direbbe, della legge nei territori galluresi.

A seguire con Piero Loi in "Bardane e sequestri" (ma guarda un po!), talanese ogliastrino d.o.c., che facendo un lavoro certosino di lettura degli articoli del giornale "L'Unione sarda" dalla fine dell'800 ai giorni nostri, opera un taglio più sociologico, per cui, piluccando in rete si legge che, riguardo a questo ottimo lavoro (ma nel copiancolla non me ricordo da ndo l'ho preso) "....Le annate meglio esplorate sono il 1894, con in primo piano la bardana di Tortolì e il sequestro dei francesi Pral e Paty, il 1933 con il sequestro di Maria Molotzu e infine il 1979-82 con il sequestro Schild e la sua propaggine nel processo alla Superanonima. Il proposito dell'autore di sottrarsi al riduzionismo criminologico fa sì che anche studiando singoli fatti, accaduti in uno spazio locale e periferico, sullo sfondo emergano la complessità dei problemi della società sarda e contemporaneamente il limite di alcuni dibattiti fino ai giorni nostri." E nel sito della casa editrice CUEC in proposito si legge "I fatti presi in considerazione vengonovanalizzati attraverso i discorsi pubblici,che, da oltre un secolo, chiamano invcausa le zone interne dell’isola e ilpastoralismo a dare conto dei limitidella modernità in Sardegna". Il libro merita veramente!!!!
La lista dei libri sulla materia è lunga. Per cui non si può dimenticare Antonio Pigliaru che sul suo “Banditismo in Sardegna”, ha contribuito a farci conoscere i problemi della criminalità sarda e barbaricina in particolare. Nel post precedente c'è un assaggio di come scriveva, dal momento che è morto prima di compiere i quarantasette anni, nel 1969.
Nel panorama "banditesco" sardo c'è infine posto anche per le figure femminili come "Mariantonia Serra-Sanna "Sa Reìna""... ma di questo e altre storie e figure leggerete in "Banditi di Sardegna" di Franco Fresi .
Mi sa che il materiale da leggere e vedere per ora basta.
Buona lettura, buona visione.
p.s.:grazie di cuore a Perla che di tanto in tanto mi segue in questi percorsi, clicca nel suo post del "banditismo" sulla ... Calabria
...così, senza tanti clamori, senza rivolte di piazza, come un oggetto inutile in soffitta, rischia di sparire il simbolo di tante battaglie, la falce-e-martello, sparisce dalla competizione elettorale, da questa competizione elettorale, per un insieme di congetture volute-non-volute, ed alchimie elettorali. Ricordo una volta in cui facevo lo scrutatore si avvicinò, un po impacciato, un po preoccupato, un anziano concittadino che, disorientato, non riusciva a trovare il simbolo, sa fracci e mateddu, nella scheda elettorale. Gli spiegai che "sa fraci e su mateddu" non c'erano perché si trattava di una competizione dove il simbolo dei progressisti riuniva diversi partiti tra cui il suo. Mi disse... no mi frigas tui, deu no votu. Poi zitto zitto prese la sua scheda e andò a votare, quando uscì dalla cabine mi passò a fianco e mi disse ... ascuta, custa borta passat, ma deu no votu prus chi no ddui est fraci e mateddu ( ascò, stavolta passi, ma se non c'è falce e martello non voto più). Mi raccontò cosa voleva dire per lui quel simbolo, passato in mille difficoltà fra le due guerre, cosa voleva dire fare campagna elettorale negli anni 50, nell'ostracismo generale, licenziato non appena sapevano delle sue opinioni, di là dove era emigrato. Ora Tziu Antoni non c'è più, riposa come tanti altri che hanno creduto e votato quel simbolo. Oggi non c'è più manco quello. Dobbiamo farcene una ragione?
A si biri luegu fracciemateddu!
Teatro degli Artigianelli
- Umberto Saba -
Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
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lo so, lo so, direte che sto esagerando, lo so...
ma sono fatto così, ogni tanto esco dal seminato, lo so...
e dulcis in fundo....

e questo è un omaggio per Maurreddu nuovo blogher sardo...saludos
.....tutte le tessere del P.C.I. dalla sua fondazione al suo scioglimento.
........visita pure
Se vogliamo fare un giro poetico sul come veniva visto il "bandito" fra i vari poeti sardi non sfugge il taglio nostalgico di Sebastiano Satta in "Vespro di Natale", poeta in lingua italiana, il quale descrive i banditi sardi, nei giorni di Natale, mentre pensano alla loro casa e agli affetti lasciati per "intraprendere" la vita del bandito.
Vespro di Natale
Incappucciati, foschi, a passo lento,
tre banditi ascendevano la strada
deserta e grigia, tra la selva rada
dei sughereti, sotto il ciel d’argento.
Non rumore di mandre o voci, il vento
agitava per l’algida contrada.
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
ridea bianco nel vespro sonnolento.
O vespro di Natale! Dentro il core
ai banditi piangea la nostalgia
di te, pur senza udirne le campane:
e mesti eran, pensando al buon odore
del porchetto e del vino, e dell’allegria
del ceppo, nelle lor case lontane.
Piglio più deciso e concreto lo dà, invece, Antioco Casula noto "Montanaru" quando descrive i "bardaneris" (i grassatori), in modo più crudo e concreto in "Andende a bardanare"; a leggerlo in limba sarda pare di vedere dei dipinti, magari quelli di Carmelo Floris, che di paesaggi e volti della Sardegna centrale se ne intendeva. Ho anche pensato di fare la traduzione in italiano ma, aimeh!, credetemi perderebbe certamente il suo significato più autentico. A questi versi di Montanaru ci sono affezionato, non fosse altro perchè fu uno dei miei primi post (nel blog di tiscali). Ma anche perchè mio padre, di tanto in tanto, mi recitava una delle sue poesie compresa questa.
... vabbè provo a tradurre l'ultima strofa...
"Tottus chimbe che una marrania.
E s’avviein lestros, ben’armados
In mesu a su entu forte, a s’istrazzìa,
Che una truma d’iscominigados."
"Tutt'e cinque come dei marrani.
s'avviano lesti, ben armati
in mezzo al forte vento, alla pioggia battente,
come una torma di scomunicati"
(per la biografia clicca qui)
...(oppure, se vuoi leggerlo in limba clicca qui)
Andende a bardanare
«Sa notte amigos mios est iscura
Che i su trumentu; passat furiosu
Su entu e sighit s’aba a istrasura.
Su procalzu est bezzu e sonnigosu
E in cust’ora dromidu est che procu.
E no intendet nè dannu, nè gosu,
Non solu de intendere unu tzocu,
Pro chi sas arulas siene serente
A su cuile ’e Bau ’e Su Trocu.
Leade sos fusiles lestramente
E andemus a fagher sa bardana!».
Gai neid’in tonu prepotente,
Mimia Monni cun bogh’e campana
In su cuile ’e s’Abile a sos pagos
Amigos chi su notte acuilàna
Che a mazzone subra sos serragos.
Bi fit Bobore Crispu, unu giovanu
De vint’un’annu chi leiat sos tragos
E los frundiat che fustes lontanu,
E in sos attaccos lestru e attrividu.
Bi fit Franziscu Mannu e Bustianu,
Pili Murtinu e Bobore Bandinu,
Tres omines ch’in tottu fid’insoro,
Mai biu, nè mortu hana timidu
In tottu Nuoresu e Logudoro
«Avanti o coragiosa cumpagnia!»
Narein a una oghe a unu coro,
Tottus chimbe che una marrania.
E s’avviein lestros, ben’armados
In mesu a su entu forte, a s’istrazzìa,
Che una truma d’iscominigados.
per le poesie di Montanaru "Ichnussa" mi sembra il sito più completo!
Cliccare per credere
E' tornato da un lungo viaggio. Nessuno sa, ne mai ha saputo, da dove. Lui, oggi è di nuovo qui, fra la sua gente.
Lo ricordano tutti come era da bambino, un monello che faceva disperare tutti, un vispo bambino con i riccioli, morettino con gli occhi grandi. Non era infrequente vederlo sparpagliare le pecore dal gregge in ogni dove con fischi e urla beffarde, percuotere con un ramo di asfodelo (un'ala de iscraria) le galline di Tziu Pissente, o ancora slegare il filo teso con i panni ad asciugare (sa sàrtia) in giornate particolarmente ventose.
Un vero spirito libero, un ribelle nato.
Nonostante tutto era un bravo bambino, anche così discolo era simpatico a tutti (mancari fèsset unu pistricu). Aiutava in casa, nelle varie faccende (fainas de domo), ma sopratutto aiutava il padre, fabbro da generazioni (mastru ferreri). Ma lui, già da piccolo, non aveva la passione per questo lavoro, vedeva solo pecore e verdi pascoli. La fuliggine della bottega lo intristiva. Amava gli spazi aperti e l'aria pura. Con il maestrale in faccia che ti porta i profumi e le fragranze della campagna. Lui un pastore nato.
Appena imparati i rudimenti della lettura iniziò a pascolare le pecore dello zio; tutte le volte che gli avanzavano spazi di tempo leggeva poesie, modas, sonetos, dei poeti più importanti, mandando a memoria centinaia di versi in limba. Anche lui si cimentava a comporre versi.
Da ragazzo, poi, era un ottimo cavaliere, domava i cavalli, li montava, correva nei pali delle feste patronali del circondario, e sembrava quasi li dominasse con lo sguardo, persino i più selvatici con lui erano tranquilli. Questi in sintesi gli anni della sua prima giovinezza. Poi lasciò il paese, in cerca di non si sa bene che cosa.
Più tardi, le cronache del tempo lo videro implicato in fatti delittuosi. Frequentava un gruppo di "balentes" che non sopportavano le angherie dei ricchi possidenti. Nobili di discendenze straniere (istranzos benidos dae su mare) dediti ad ammassare fortune alle spalle dei poveri senza terra, sfruttando la forza lavoro dei braccianti che invece avevano, come unica ricchezza, i figli ed una misera casa.
Lui e i suoi "cumpanzos" non sopportavano l'idea di starsene accovacciati a casa nella cenere del focolare (in su chinisu), magari dopo una giornata di duro lavoro senza alcuna prospettiva futura di avere una esistenza più dignitosa. Loro che avevano i segni di un popolo che per secoli veniva sfruttato dal conquistatore di turno. Frequentava, dunque, un gruppo di "bardaneris" rispettosi di norme e tradizioni del loro popolo, con una morale ferrea. Di volta in volta razziavano il bestiame e le fortune di questi signori. In queste scorrerie qualcuno di loro poteva essere ammazzato o arrestato. Ma l'avevano messo in conto. Lui la faceva franca sempre. Per poi ricominciare un'altra grassazione.
Col tempo divenne uno dei più ricercati. Per anni nessuno riuscì, tuttavia, a scoprire dove si rifugiava. Ne le grosse taglie furono di stimolo alla delazione. Anzi spesso gli davano rifugio quelli che sostenevano le loro ragioni, con la motivazione che l'autorità tutela solo i ricchi e i potenti, chi ha le spalle coperte secondo l'antico proverbio di "Chie tenet santos in corte no morit de malasorte" (chi ha santi in paradiso non muore di sventura). Tutto quello che si conosce di lui è che scomparve. Decimato e quasi annullato il gruppo di "bardaneris", che aveva segnato decine di "esropri", si trovava spesso solo. Braccato da tutti, per via delle sue idee che potevano essere contagiose.
Negli anni furono persino installati nuovi avamposti di militari contro quello che definivano il brigantaggio, e nella forma particolare il banditismo. Di lui, però, nessuna traccia. Qualcuno, in punto di morte disse che aveva preso la via del mare, verso altre terre, oltre il grande mare tondo.
Oggi è tornato. Una carretta del mare lo ha riportato nella sua terra. In mezzo a tanti altri disperati. Con gli anni ha imparato i diversi idiomi, non gli è stato difficile perché ce l'ha nel sangue, la sua gente per millenni si è spostata nei diversi punti cardinali, lui discendente dei popoli del mare li capisce e sa che la loro vita e il loro destino non è diverso dal proprio. Senza documenti le autorità lo hanno subito preso, insieme ai tanti. Li avevano già avvistati prima dell'arrivo. Anche lui immediatamente accompagnato in un Centro di Permanenza Temporanea in mezzo ad una moltitudine plurilingue di diseredati. Fra gli insulti, che capiva benissimo, e gli spintoni. Magro, stanco, stempiato, la barba lunga, gli abiti lisi, ormai non era più riconoscibile.
Lui, lo spirito ribelle, ha cercato la fuga. Inseguito dalle forze dell'ordine (sa zustìssia), con i cani, armata fino ai denti; non si sa bene come, saltando l'alto muro di cinta percorso da vetri e punte di ferro, per fatalità, ha battuto la testa contro una roccia, lasciandolo ormai privo di vita. Lui che aveva affrontato a testa alta le bardane, con sprezzo del pericolo e lo sguardo fiero, che aveva schivato le fucilate persino delle temute Compagnie dei Barrancelli. Giaceva a terra privo di vita. Un passante, ormai vecchio, lo riconosce.
Ora la madre lo tiene fra le ginocchia. Intorno le vecchie del paese, le vicine di casa vestite a lutto (sas tzias de bichinadu chintas de nigheddu). Lo piangono e lo cantano, con un modo antico, ancestrale, di piangere i propri morti. "S'attitu" o "attitidu", il pianto funebre riservato alle donne. Non era più accaduto. Se n'era persa la tradizione. Loro, le custodi di questa usanza ormai persa ed inghiottita nei meandri della "civiltà". Le parole cantate hanno lo stesso ritmo e la stessa metrica della ninnananna, una metrica in quartine, alla fine di ogni quartina, aggiungono l'intercalare: Ohi! coro de s'anima mia! (Ohi! cuore dell'anima mia!). Le movenze assomigliano all'allattamento, nel tentativo quasi magico di ridargli vita. Lo cantano e lo piangono. Come un condottiero di altri tempi, Principe del Bosco, entrato nella leggenda.
"Su pitzinneddu est torradu a domo sua"
Il bambino è tornato a casa sua.
Per non ripartire più.
"La Madre dell'ucciso"
Quest'opera fu realizzata nel 1907 dal grande scultore sardo Francesco Ciusa ad appena vent'anni ed esposta alla Biennale di Venezia.
Fra i vari propositi che si era pre-fissato, trovava posto, non fra le prime priorità, quello di vuotare il suo portafogli e, quindi, vagliarne il contenuto: foglietti, scontrini, biglietti da visita, tickets vari, insomma tutto ciò che nel giro di diversi anni aveva trovato posto nelle tasche del portafogli (che in realtà veniva usato principalmente come portadocumenti). Doveva farlo. L'aveva rimandato già da diverse settimane. Ma doveva farlo. Non buttava via mai niente, "non si sa mai", diceva. Così aveva fatto per le bollette di qualsivoglia origine, gas luce acqua telefono bollo revisione condominio, insomma tutte quelle carte che se non le conservi, quello li, lo Stato, che poi serve ad indicare tutto quel coacervo ed indistinto gruppo di enti società et similia che erogano servizi ma, ma!, arriva il conto; si, quello la, te li cerca...i soldi. Paranoie ataviche e forse inscritte nel dna, per cui bisogna sempre essere pronti a pagare, perchè Lui può chiederti "il suo credito" quando gli pare. Poi sarai tu a dimostrare che già lo avevi fatto. Comunque, detto questo (ogni tanto perdo il filo!), aveva deciso di buttare le cartacce che non gli servivano più. Aperto il primo scomparto, inclinato il portafogli in modo da farne uscire il contenuto, uscì e cadde, per terra, una quantità inverosimile di scontrini e accidenti vari. Riuscì a prenderne uno al volo. Lesse il contenuto. Pennello euro 2,50, spatola di ferro 1,80, cartavetrata per metalli euro 2,45 per fogli 5, euro 12,20 un baratolo di vernice nero brillante in gel (quella che non ha bisogno di acquaraggia).
Subito gli venne in mente quella giornata, quella dello scontrino. Lui era il cliente n. 3 di quella mattinata. Pazzesco le informazioni che ci stanno in pochissimi cm. quadrati. Ricordò quella mattina. Entrò nel negozio di ferramenta, appena dopo l'apertura. C'erano già due clienti. Il vicino di casa che lo salutò abbozzando un sorriso (uomo di poche parole) ed un ragazzo mai visto prima, vestito con una salopette da lavoro, t-shirt con l'immagine di un gruppo metal, scarponi antinfortunistici con i lacci. Dopo che il commesso servì i due, arrivò il suo turno. Aveva la lista scritta in un foglietto. Tutto l'occorrente per pitturare il cancello dell'ingresso di casa. Un cancello nero in ferrobattuto, ormai preda della ruggine che (parafrasando un noto brano di Neil Young) ...non dorme mai.
Messo il materiale nella busta di plastica si recò subito a casa. Il giorno era senza vento, non afoso, insomma l'ideale per verniciare. Iniziò subito l'operazione di pulitura e scartavetratura della superficie ferrosa.
Era il primo giorno di ferie. I pensieri lo tenevano occupato ed era una occasione buona per non parlare; di parole ne diceva già tante durante il giorno, con i conoscenti, la moglie e i figli, a lavoro coi colleghi. Cominciava ad esserne stanco. La parola doveva ora lasciare il posto all'azione (scartavetratura) e al religioso tacere. Di cantare poi non ne aveva voglia.
Questo ricordava vedendo dopo molto tempo lo scontrino, tenuto all'angolino, fra il pollice e l'indice. E questo lo impauriva, poiché al prossimo scontrino o documento, si sarebbe ripresentata puntuale l'immagine, o le immagini, dell'accaduto.
Ma lui voleva dimenticare. Anzi essere dimenticato. Ora che aveva iniziato un'altra vita, si una delle tante vite parallele che lo riconducevano sempre nei soliti posti di partenza. Ora lui, come altri, era tornato al luogo di origine. Nella terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo. Non stava scappando, anzi. Stava ri-tornando al luogo di origine dopo tanto peregrinare, lui, figlio, nipote, pronipote di quella gente che si era "perduta" dopo la grande e spaventosa onda che coprì, millenni prima, le terre del CAMP-DAN. Dopo il nulla. Le enormi Torri-di-pietra costruite dalla sua gente, scomparse sotto un profondo strato di terra limacciosa, e qua e la acqua, mare. Poi ancora pestilenze e carestie. Molti presero il largo con le ultime imbarcazioni disponibili. Quelli rimasti, organizzati in gruppi, si divisero le terre ponendo le basi, terribili, per faide che distrussero quel poco di buono che restava dei comportamenti fra comunità.
La moglie, quando gliene parlò, intendo dire, quando le disse che doveva "tornare" lo prese per pazzo. Non capiva, non poteva capire. Non voleva capire che era giunta l'ora di tornare al luogo-delle-tracce-perdute, in s'arrastu antigu che-i sas predas. Gli diceva che avrebbero perso tutto: il lavoro, la casa, il conto in banca, la posizione acquisita dopo anni di sacrifici e precariato.
Il crepitio delle fiamme, alimentate dai fogliettini si fece più intenso, lembi di carte alleggerite dal fuoco si levavano in alto, nere, accese, per poi ricadere sul pavimento.
Non era il caso di ricordare ancora. Ora era di nuovo a casa. Fuori soffiava un vento gelido, l'inverno era alle porte. Che sarebbe stato un inverno rigido lo aveva notato dal comportamento del gregge a giugno, in lampadas, raggruppate a piccoli gruppi, a fiotteddos, stranamente infreddolite. Quasi a segnalare l'imminenza di un inverno rigido. Questo strano comportamento animale lo ricordava dalle storie che raccontava suo nonno, anche lui pastore, ma che non ne volle sentire di partire, ancora, fra un continente e l'altro. Suo Nonno si lasciò morire, in quelle terre lontane, quando fu costretto a vendere il gregge, sa roba, perchè il proprietario terriero non rinnovò il contratto di affitto. Se ne fece una malattia. Diceva sempre "no est zustu, chie tenet terras non tenet roba, chie tenet roba non tenet tancas. Sa terra depet esser de chie la triballat" (non è giusto chi ha terre non ha gregge, chi ha gregge non ha terreni. La terra deve essere di chi la lavora).
Queste ultime immagini le vedeva fra le vampate del camino. Le ultime.
Poi s'addormentò. Prima dell'alba doveva essere in piedi per mungere.
Mentre il tempo scorreva, inesorabile.
(...)
vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai
che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l'impossibile osare
osare perdere
grande è l'impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
CI SI PUÒ SOLO PERDERE
(...)
da "Militanz" - CCCP Fedeli alla linea
Quasi spenti gli echi ferragostani. Giorni in cui il riposo è d'obbligo; il divertimento è d'obbligo (Ma non si evadeva dagli adempimenti?!). In quella/questa settimana, quei due tre giorni, tutto può, deve, accadere; di piacevole, ovviamente. Però... posti comodi, ma noiosi; posti interessanti... ma scomodi. Sisalvichipuò! Mare, monti, macchine, ingorghi, file, gente, folla, caldo, suoni, rumori, zanzare. Sisalvichipuò!
Oggi, Sssshhhhhh, tutto (o quasi) è finito. Puffff svanito. Fino al prossimo anno. Nuovogironuovodivertimento. Meteo permettendo. Verso altre mete, altri luoghi, last minut, No-alpitour, vacanze organizzate, anzinò come-viene-viene, oppure boh!
Oggi, Sssshhhhhh, tutto (o quasi) è finito. Davanti ad un piatto di spaghetti "perchè siamo stanchi di novità", poite semus istracos de novidades. Giusto, ieri, o l'altroieri, in mezzo a tanti, troppi, in incognito perchè "...nessuno immagina chi siamo". Poco importa chi siamo. Siamo, eravano, laggiù per divertimento, funny day.
Pochi scampoli di divertimento, ancora. Ritagli di sorrisi, coriandoli di riflessioni, ché durante l'anno il tempo non c'è. Pochi ancora. Poi, il solito tran tran, ognuno perfettamente incastonato nei ruoli, che la "società" ti impone, ma che ti sei imposto, obtorto collo.
Io? Io! Resto quì, dove ero, dove erano già gli altri "me", a suo tempo, dietro al gregge in transumanza, in tramuda, in attesa di riattraversare il luogo che spesso racconto, che non potrò svelarne le coordinate, ma che forse questi giorni avete attraversato, ma non lo ricordate (o non volete dirlo).
Io resto quì, non mi sono mosso. Attendo un'altra "Assunta", pagana come sempre, fra una reclame e uno spot televisivo, idonea ad indicare "l'isola dei sogni", ma che non avrò/avrai mai se-non-ce-l'hai-in-testa. Tu dovrai/vorrai tornare, forse stai già tornando nei luoghi in cui non si recita a soggetto, perchè il ruolo è tuo ed è reale; con la speranza di ri-tornare in queste scene, magari come figurante teatrale nelle "stanze di vita quotidiana", le scende dei luoghi che nel profondo dell'anima conosci perfettamente, perchè tuoi, lasciando (forse finalmente per sempre) i luoghi in cui sei in prestito, ramingo "in cerca d'autore" per ritornare qui, sano e salvo, nella Terra In Mezzo Al Grande Mare Tondo. Ci troverai già quì davanti l'esedra, le pietre lunghe conficcate nel terreno, da migliaia di anni, per vedere come il sole nasce e muore ogni giorno in quel punto, fra la roccia a forma d'uomo e l'ingresso della grande casa. Senza fretta e senza tempo.
saludos
Sa tzitade morta
Artiande sas iscalas
su silèntziu nos at postu a timer
o carchi cosa chi pariat un isetu.
Amus cunsacrau che idolos nostros sos montes a fùrriu
ponende fide in s'amparu issoro
S'aba nos abiat sighiu in totu su biazu
Passadissos cun paga lughe
Sos cartellones naran de passizadas in mare
fotografias de discotecas
e de tropas chi bufan, testimonzos
de aer tentu bonu acòlliu
Mesas chi mustran de isetare atera zente
in àtera ora
Pedire sa matessis cosas chi amus mandicadu dae una chida
Poite semus istracos de novidades
Oje in die semus partios
Nemos nos at pediu inube umis diretos
Poite inoghe goi
Inoghe goi nemos s'imazinat chie semus
Massimo Volume ("DA QUI")
LA CITTA' MORTA
Salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio
e qualcosa che pareva un'attesa
Abbiamo consacrato a nostri idoli le montagne intorno
confidando nella loro protezione
La pioggia ci aveva perseguitati per tutto il viaggio
Corridoi male illuminati
I cartelli parlano di gite al mare
Foto di discoteche
e di comitive che brindano, a testimoniare
l'ottimo servizio
Tavolini che sembrano aspettare altra gente
in un altro momento
Ordinare le stesse cose che mangiamo da una settimana
Perchè siamo stanchi di novità
Oggi siamo partiti
Nessuno ci ha chiesto dove saremmo andati
Perchè quaggiù
quaggiù nessuno immagina chi siamo
Bidda chi no ddui est - 2
Il forestale mi fa cenno di accostare. Spengo il motore. Con la mano destra mi indica di abbassare il finestrino. Una leggera pressione sul pulsante e lo abbasso fino a metà. Spengo il lettore mp3. L'abitacolo dell'auto viene invasa da un odore acre e potente di fumo. Non mi ero reso conto che, alla mia sinistra, si era sviluppato un incendio che già lambiva i cespugli della cunetta. Fiammate alte quanto una casa,la squadra antincendio all'opera con scope e atomizzatori.
Stavo camminando adagio da un paio d'ore, a passo d'uomo in alcuni tratti, col caldo che faceva l'aria condizionata era a palla; rimiravo il paesaggio alla mia destra, fra lecci e macchie di gariga. Fantasticando con la mente in walk-about, un po' come capita in Australia agli occidentali al seguito di nomadi aborigeni, alla ricerca delle vie dei sogni. Ma qui non ero in quei posti così ben descritti da Chatwin. Ero semplicemente di nuovo a "Casa", nella Terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo.
Un po' per istinto, un po' seguendo le indicazioni dei miei conoscenti, ora mi trovavo al di fuori dei consueti itinerari del turismo da cartolina. Strade di campagna, allargate dalle ruspe negli anni della riforma agraria, alcune in seguito asfaltate e ricongiunte con altre arterie principali. Questa però non la ricordavo, almeno non nella sua interezza. Ricordo che da bambino la facevo a piedi, dietro il gregge in transumanza, con mio padre. A volte dovevamo prendere la strada delle transumanze, "Sa bia de is caminantis", punto di partenza fra due collinette, nei pressi di Gah'Dni, dopo un lungo tratto si incrociava l'altra strada proveniente da Aì'Sharah, dove da alcuni secoli era stanziata una comunità di ramai.
Stavolta ci sono capitato per caso fra una stradina e l'altra, a caso, "a s'intzerta". Forse in una di quelle tante strade di penetrazione agraria spuntate nei decenni o in una delle tante fasce antincendi.
Fra la musica degli Afterhours e i miei pensieri, non mi ero reso conto di quanto accadeva. Rimuginavo, pensavo, in silenzio, finché non è arrivato il ritornello di "Pelle", allora quasi in cima alla strada ho cantato a squarciagola "... Forse sei un congegno che si spegne da se, forse sei un congegno che si spegne da se..".
Quindi l'apparizione...
- Buongiorno! non può andare avanti per questa strada, un enorme incendio, con un fronte di due chilometri, sta attraversando di lato tutta questa zona. Deve tornare indietro. Stanno arrivando gli elicotteri.
Mi urla, con tono perentorio, il forestale. Tuta verde, scudetto 4mori, il grado appuntato nel colletto, statura media.
- Ma io devo proseguire per Mas-Oneh'Branhu.
Gli dico io con convinzione granitica.
- Guardi che qui il paese che ha appena indicato non esiste! O sosta qui fino alla fine dell'intervento, oppure faccia retro marcia alla svelta.
- Sosterò qui per poco.
Il forestale si allontana lasciandomi li, alle prese con le mie decisioni, sotto una parete rocciosa, all'ombra di una sughera isolata.
Il caldo sempre più torrido. Sudo, penso, penso e sudo.
...
- Inui est andendi? (Dove va?)
Mi dice un vecchio seduto su una pietra in calcare fossilifero, a forma di menhir rovesciato. Lo guardo. Il suo viso sembra scavato nella roccia, la pelle scura raggrinzita dal sole e dalle intemperie. Capelli bianchissimi e corti. Camicia bianca chiusa nel colletto e nei polsini, pantaloni di velluto nero liscio, con diverse toppe, scarpe in pelle (cosìngius).
Mi avvicino. Attorno a lui poche pecore al pascolo. Credo quelle in riposo riproduzione (su bagadiu), partoriranno prima di natale; una dozzina si riparano dalla calura sotto un leccio secolare, altre in ordine sparso, due si grattano la schiena con andatura orizzontale ritmata su un tronco storto di roverella, rachitico quasi secco e con foglie rade, una agita la coda per scacciare le mosche. Si muovono piano, scuotendo i campanacci (sonallas) che a stento lasciano andare dei suoni, ognuno differente dall'altro. Si riconoscono quelle dei due montoni presenti, is metallas, ma il suono è più sordo.
Vicino al vecchio un cane accovacciato di piccola stazza, meticcio, magro, dal manto variopinto a tinte scure e striate (pertiatzu). Accenna un ringhio, che interrompe dopo che il vecchio gli posa una mano sulla schiena; scodinzola e prosegue nella sua nuvola di pensieri canini.
- A Mas-Oneh' Branhu!
Gli rispondo dopo una certa esitazione.
- Mas-Oneh' Branhu ... cumentzat inoi (Mas-Oneh' Branhu ...inizia qui).
Aveva proprio ragione, a poche decine di metri scorgo le abitazioni con il caratteristico porticato in legno; nessuno in strada, vista la canicola.
- Arribat giustu giustu, oi est su èsperu de sa Festa Manna de bidda, chi abarrat intendit is cantadoris; ddui funt Pepe Sozu e Remundu Piras. Is obreris anti giai postu is iscannus in Pratza de is axrolas.(Arriva in tempo, oggi è il vespro della grande festa paesana, se resta ascolterà i poeti; ci sono Pepe Sozu e Remundu Piras. I membri del comitato hanno già messo le sedie nella Piazza delle Aie).
Mentre mi dice questo lo osservo intagliare un bastone, con rara maestria. Sguardo basso. Senza esitare inizia a cantare alcune strofe in limba, con un filo di voce.
- Funti is otavas chi ant cantau s'annu passau in sa festa de is pastoris, a Santu Giuanni a làmpadas, deu mi nd'arregodu beni, mancai no scipa lìgiri e iscriri. Seu de retentiva e m'arregodu beni is fueddus, de candu poi no nci biu giai nudda mi nd'arregodu prus puru. Sa gara fut "nou e bèciu". (Sono le strofe che hanno cantato l'anno scorso nella festa dei pastori, a San Giovanni, a giugno, me lo ricordo bene, anche se non so leggere e scrivere. Ho buona memoria e mi ricordo bene le parole, da quando sono diventato quasi cieco mi ricordo ancora di più. La gara poetica riguardava i temi "nuovo e vecchio". -
Poi, pensoso, toccandosi appena il mento, prosegue...
- Notesta ant a cantai "fogu e àcua" (Questa notte canteranno "fuoco e acqua")
Tutto preso dal discorso, inizio a chiedergli del paese, di come si vive ...
...
Sento bussare forte al finestrino... un bussare insistente.
- Guardi che adesso può andare! L'incendio è stato domato, ora stanno bonificando la zona.
Mi dice il forestale.
- Sta bene?
Mi chiede.
- Si benissimo grazie!
Rispondo intontito e assonnato, in un bagno di sudore.
- Scusi ma com'è che si chiama la località dove è diretto?
Mi dice con una cadenza regionale del luogo.
- Mas-Oneh' Branhu. Ma credo che sia solo una zona catastale.
Saluto, innestando la retromarcia e, mentre imbocco il crinale, a ritroso, guardo di nuovo alla mia destra: un cumulo di pietre disposte in modo ordinato da somigliare ad un viso posto sopra un menhir spezzato ed inclinato sulla collina, diversi massi e pietre di calcare, di forma irregolare, distribuiti nel tancato, due massi appoggiati ad un tronco di roverella, un altro mucchio sotto un leccio secolare, fra i cespugli radi di cisto e sterpaglia. In alto il sole appena offuscato dal fumo dell'incendio, un sole malato, poche nuvole su un cielo azzurrissimo.
Ho sognato. Il caldo... certo sarà questo terribile caldo umido estivo.
Ma non posso aver sognato.
Sono sicuro.
Questa è la mia vita parallela.
Il Paese che non c'è - Bidda chi no ddui est.
Il caldo si faceva sentire già da diversi giorni, ma all'interno del bar (su tzilleri) quello della loro infanzia, erano state montate le pompe di calore, quindi, beh! pensavano tutti, poco male se lo scirocco (su bentu 'e sole) soffiava e seccava tutto quello che trovava. Loro erano dentro a raccontare e raccontarsi, non più giovanissimi, su ciò che era stato (is contus de forredda) che erano stati nei tempi in cui l'hi tech, o come diavolo si chiama, era almeno nella testa di tutti avveniristica e molto lontano da arrivare. Il gioco preferito da tutti era il flipper, 50 lire e via, partite interminabili, a dare colpi laterali, svirgolettare, e scommettere. Altri al biliardino, dove se si era a secco di quattrini, allora ci si ingegnava con un fil di ferro a gancetto per tirare la leva che liberava le palline, tutto sotto gli occhi del barista che non vedeva l'ora di chiudere e che pensava ai giorni passati in continente, dove si sgobbava parecchio, e dove aveva fatto i soldi per aprire quel bar al paese. Anche se si accorgeva che i ragazzi lo "imbrogliavano", faceva finta di niente perché tanto prima o poi quelle monetine, le poche, finivano li dentro, ma poi perché forse era un modo per impegnarli e non farli pensare ad altre bravate, magari più rischiose. I soldi certamente erano pochi, anzi pochissimi. Si parlava di questo fra i coetanei, sparsi durante l'anno nei vari punti cardinali del territorio nazionale, e non solo. Due di essi avevano trovato lavoro nel nord , alla fiat, uno si era dovuto arruolare negli agenti di custodia, uno aveva aperto una officina al nord est, un altro ancora cambiava lavoro di frequente per via del suo carattere un po’ ribelle che lo faceva litigare, anche se era una pasta d'uomo.Il più tranquillo e taciturno aveva lavorato nelle piattaforme petrolifere e di parlane ne aveva poca voglia ma sorrideva ed annuiva a sentire le storie dell'infanzia passata al paese. Tutti dentro al bar a ricordare, bere birra, sorridere, tutti a raccontare in "limba" perché quella era la lingua per comunicare; dove passavano la maggior parte dell'anno non era comprensibile comunicare con essa, ma qua era diverso, si tornava almeno nel racconto bambini, "a pitzinnu mi torro", le scorpacciate di ciliegie a danno del vicino, le gare di fionda sulle cavallette e lucertole.
Bevuto l'ultimo sorso, tutti pronti per uscire, lo scirocco ha lasciato il posto al fresco maestrale (bentu estiu).
Questo è il quadretto che vedeva, mentre era su al nord, uno di loro, che quest'anno non è potuto tornare; quelle ferie tanto bramate e sperate, quest'anno non potranno essere usate, i soldi sono pochi e il mutuo da pagare è alto. Si rifarà l'anno prossimo, pensava, mentre guardava le foto scattate alcuni anni prima, coi suoi amici, sempre li al bar, a su tzilleri di quando si era ragazzi.
E un altro anno è passato.

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