BARDANERIS di tutto il mondo uniamoci: contro le angherie dei potenti, per un'equa distribuzione delle ricchezze

Nome: Su Bardaneri
vengo da Mas-Oneh Bran'hu (antico villaggio del Src-dan) luogo di transito degli Shardana, se capiti da me potrai perderti, in questo non-luogo.
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Accade a volte che le scoperte si facciano... per caso, senza alcuna scientificità. Per cui il novantenne archeologo Giovanni Lilliu , a cui si deve la scoperta e lo scavo, quasi per caso, della reggia nuragica di Barumini "Su nuraxi", potrebbe, diciamo, essere in notevole disaccordo, insomma storcere il naso, di fronte a "scoperte" che per certi versi potrebbero riaprire scenari conoscitivi inconsueti. Anche perché con la Classificazione cronologica che ne fece, per cui i primi nuraghes iniziarono ad essere costruiti in un'epoca situata quasi certamente nella parte iniziale del II millennio a.C.. e di alcuni si è effettuata una datazione alquanto probabile di un periodo intorno al 1800 a.C., darebbe poche chances a chi invece li vorrebbe spostati nel tempo di diveersi secoli prima, giusto per far quadrare teorie "altre" con un piglio meno scientifico.
Sto parlando di coloro che anziché utilizzare gli schemi classici di approccio allo studio delle nostre origini, ad esempio all'archeologia, partendo magari dallo studio delle stratificazioni, adottano diversi strumenti o "discipline" conoscitive come l'archeoastronomia, così come fa Mauro Zedda archeologo in erba ma che nello specifico conduce studi di archeoastronomia applicata all'orientamento di alcuni noti monumenti del periodo nuragico, facendo (ovviamente col beneficio del dubbio) scoperte interessanti.
Altri, invece, scrivono teorie e scenari storici quasi mitologici, come fa Leonardo Melis che con la sua teoria sugli Shardana, chiamati anche "i popoli del mare" li fa provenire da Ur nel 2000 a.C. circa, dopo il decadimento dell'impero accadico, indicando in loro i costruttori dei nuraghi. E che arriva persino a ritenere che "le antiche città sarde della costa non sarebbero state fondate nell'VIII, IX secolo a.C. dai Fenici (come finora si era creduto), ma dai Popoli del Mare (i Shardana e i Thursa) nel XIII secolo se non nel XIV sec. a.C. Perché, sostiene Melis nel suo "SHARDANA I POPOLI DEL MARE", il fenomeno che sommerse le antiche città avvenne nel 1150 a.C., come provato da studi effettuati sulla Costa Sarda e su quella Nord-Africana. Un innalzamento improvviso del Mediterraneo (2-3 metri), dovuto forse a una deglaciazione o un Diluvio del genere di quello Biblico, ma circoscritto al Mediterraneo."
Giovanni Ugas, archeologo dell'Università di Cagliari, invece, opera una rilettura critica dell'intera civiltà nuragica con la sua opera "L'alba dei nuraghi", dando nuovi spunti sulle origini della civiltà nuragica e sui suoi rapporti con le civiltà coeve del mediterraneo. Interessante l'intervista rilasciata a Sardiniapoint
Un'ultima curiosità, a proposito di riletture dei reperti archeologici ce la offre sempre Leonardo Melis che ne "Il calendario nuragico" spiega a cosa serviva la "pintadera", per intenderci il logo che si è dato il Banco di Sardegna. Pensate che a quanto ne sapevo era la forma che serviva per decorare il pane. Mah! invece...secondo il Melis sarebbe IL calendario “Nuragico”, <<......scoperta fatta in contemporanea con un altro studioso che già aveva decodificato l’”Abaco” degli Inca e il loro sistema di calcolo. Chiameremo convenzionalmente il nostro calendario “Nuragico”, anche se vedremo che fu usato parallelamente da altri popoli aventi la stessa origine del popolo che allora abitava la Sardinia. Fra tutti: i Celti, col cui calendario abbiamo trovato incredibili somiglianze. Soprattutto col calendario festivo annuale. ARRODAS DE TEMPUS l’appellativo usato da Nicola De Pasquale, questo il nome dello studioso col quale siamo in contatto da alcuni mesi e che ha il merito della "decodificazione". Noi abbiamo curato la parte storica.
Nelle immagini che seguono vediamo una “Pintadera” sviluppata da De pasquale… a seguire la “Pietra di Nurdole”, in cui abbiamo ravvisato il calendario delle feste agricole e pastorali rapportate alla Luna e al Sole. Quest’ultimo schema o “ruota” corrisponde, come del resto corrispondono le festività, al calendario dei Celti raffigurato in basso a destra con segnate le feste. Le feste lunari, più importanti, formano la “croce” e quelle solari formano la “X”.>>

Non nego che queste cose mi affascinano, anche perchè mi fa piacere sapere da dove vengo, anzi da dove veniano, noi Shardana.
Giusto a seguire un altro post sul banditismo, o sulla cultura di esso, visto sotto l'occhio della macchina da presa. Se siete apassionati di cinema il sito della Regione La Sardegna nel cinema (in collaborazione con la Cineteca sarda) è piuttosto ricco di spunti sulla cultura cinefila sarda a partire dal filone cosiddetto "Deleddiano" fino a quello tipicamente "banditesco" di cui"Banditi a Orgosolo" del 1961 di Vittorio De Seta è, probabilmente, il più noto.Nel sito si legge che ...
"L'idea del film, definito "il film della rinascita sarda nel cinema", venne a De Seta nel 1958 ad Orgosolo, dove si era recato per girare due cortometraggi: Pastori a Orgosolo e Un giorno in Barbagia. Tornato nell'isola alla fine del 1959, il giovane regista siciliano compì un approfondito sopralluogo, partecipando ad una transumanza di pastori e vivendo con loro nel Supramonte. Inizialmente indeciso se scegliere per il suo film una vicenda "interna" al mondo orgolese o un'altra che mostrasse questo mondo nei suoi rapporti, o non-rapporti, con lo Stato, finì con lo scegliere la seconda strada. Lo spunto per il soggetto venne al regista da quello che si può definire un "leitmotiv" della cronaca giudiziaria orgolese dell'epoca: generalmente, quando si verificava un reato grave, un omicidio, una rapina, o un sequestro di persona, le forze dell'ordine fermavano dei pastori o dei contadini che si trovavano nelle vicinanze. I fermati venivano sospettati di essere gli autori materiali del reato o di "aver visto" e di essere in grado di fornire informazioni. Le conseguenze erano comunque drammatiche, soprattutto nel caso dei pastori che, dopo la prolungata carcerazione, una volta tornati in libertà, constatavano gravi danni economici, come la perdita completa o parziale del proprio gregge. Temendo queste conseguenze, non volendo essere fermati, gli orgolesi si davano dunque frequentemente alla latitanza."


Quindi sempre di banditi si tratta, quelli in salsa cinematografica.
Per chi, e spero siano in tanti, ama leggere, ma possono coincidere anche con i cinefili, c'è una vasta letteratura in merito. A partire da chi, nell'ottica dicotomica del guardia-ladri, come Giovanni Francesco Ricci racconta nel suo libro"banditi", del fenomeno dalla parte, si direbbe, della legge nei territori galluresi.

A seguire con Piero Loi in "Bardane e sequestri" (ma guarda un po!), talanese ogliastrino d.o.c., che facendo un lavoro certosino di lettura degli articoli del giornale "L'Unione sarda" dalla fine dell'800 ai giorni nostri, opera un taglio più sociologico, per cui, piluccando in rete si legge che, riguardo a questo ottimo lavoro (ma nel copiancolla non me ricordo da ndo l'ho preso) "....Le annate meglio esplorate sono il 1894, con in primo piano la bardana di Tortolì e il sequestro dei francesi Pral e Paty, il 1933 con il sequestro di Maria Molotzu e infine il 1979-82 con il sequestro Schild e la sua propaggine nel processo alla Superanonima. Il proposito dell'autore di sottrarsi al riduzionismo criminologico fa sì che anche studiando singoli fatti, accaduti in uno spazio locale e periferico, sullo sfondo emergano la complessità dei problemi della società sarda e contemporaneamente il limite di alcuni dibattiti fino ai giorni nostri." E nel sito della casa editrice CUEC in proposito si legge "I fatti presi in considerazione vengonovanalizzati attraverso i discorsi pubblici,che, da oltre un secolo, chiamano invcausa le zone interne dell’isola e ilpastoralismo a dare conto dei limitidella modernità in Sardegna". Il libro merita veramente!!!!
La lista dei libri sulla materia è lunga. Per cui non si può dimenticare Antonio Pigliaru che sul suo “Banditismo in Sardegna”, ha contribuito a farci conoscere i problemi della criminalità sarda e barbaricina in particolare. Nel post precedente c'è un assaggio di come scriveva, dal momento che è morto prima di compiere i quarantasette anni, nel 1969.
Nel panorama "banditesco" sardo c'è infine posto anche per le figure femminili come "Mariantonia Serra-Sanna "Sa Reìna""... ma di questo e altre storie e figure leggerete in "Banditi di Sardegna" di Franco Fresi .
Mi sa che il materiale da leggere e vedere per ora basta.
Buona lettura, buona visione.
p.s.:grazie di cuore a Perla che di tanto in tanto mi segue in questi percorsi, clicca nel suo post del "banditismo" sulla ... Calabria
La gente è strana, quando sei straniero...
Sa zente est istramba, cando ses unu istranzu...
People are strange, when you're a stranger...
Non si fa altro che riempire i giornali, e i mass media in genere, quando pure non ci ricamano sopra un convegno, su solitudine, emarginazione, immigrazione. Tutti con la lacrimuccia facile, sopratutto in questi giorni, avvolti nell'alone mistico delle festività natalizie o giù di li. Magari dopo l'omelia del parroco alla messa del vespro a mezzanotte, tutti ben agghingati vestiti alla moda. Tutti gravidi di buoni propositi. Poi fra una panettonata e l'altra, agnelli, crostacei, leccornie varie, un discorso tira l'altro salta fuori come per magia il discorso sugli stranieri, che rubano, ammazzano, stuprano, ti portano via il lavoro, sono infidi e quant'altro ...sempre fra un sorso e l'altro...nel nome del Signore. Così, giusto per sottolineare, alla prova del nove ... puff... come d'incanto ritornano le cattive abitudini (mai sopite) cariche di sospetto, indifferenza, pregiudizi su chi è "strano" o "straniero". Tutti dimentichi del fatto che, a turno, si è sempre appartenenti a un Sud del mondo, perché tutti più o meno si è meridionali. Invece la memoria non viene in soccorso, almeno nell'approccio col "diverso" (in tutti i sensi) tutti, con un sottile filo trasversale ideologico, hanno un bel campionario di termini per apostrofare "l'altro", che per diversi motivi, con ruoli intercambiabili a seconda dell'appartenzenza geografica di quel momento storico (anche perché si può essere bersaglio degli stessi appellativi) verso chi sopratutto per sopra(v)vivere vaga da un continente all'altro, da una città all'altra, da un paese all'altro in cerca di "fortuna" che spesso è l'inizio di un lungo calvario teso a semplicemente, ed umanamente, a sopravvivere. Tutti scordano che, per fare un esempio sugli italiani, negli States ancora oggi siamo definiti Wop (forse dal napoletano guappo), oppure Guinea, come quei personaggi di origine italiana, ben descritti da John Fante. Ma senza andare molto lontano noi meridionali, e sardi, stessi nella civilissima Italia siamo bersaglio di diffidenze e pregiudizi. Ebbene non passa giorno che non ci capiti di sentire, nei discorsi di parenti, o conoscenti e non, a lavoro o in divertimento, in fila alle poste o dal medico, apostrofare gli stranieri, "sos istranzos", direttamente all'indirizzo degli stessi con termini quale albanese, zingaro, rumeno, quando anche non rispunta fuori la vera essenza razzista del ventennio, quella dell'italica "stirpe", verso la terra del "hic sunt leones", per cui gli "africani", i negri, stanno arrivando a milioni e rovineranno la nostra "civiltà". Quindi anche in questi giorni, sebbene sembri che vi sia stata una tregua verbale, si discorre di cifre, percentuali, dati, su chi deve o non deve entrare, ovvero restare fuori. Sono senza parole ... evidentemente come si usava dire ... i fascismi covano dentro di noi.
Chiedo solo una cosa, semplice, per questo anno "che verrà": più rispetto per gli altri (sos ateros),per gli stranieri (sos istranzos), ma anche per gli strani (sos istrambos).
Sa zente est istramba
Sa zente est istramba
cando ses unu istranzu.
sas caras ti paren lezas
cando ses a solu.
Sas fèminas ti paren traitoras
cando non ses chèrfidu,
Sas carrelas sunis iscumentadas
cando no ses in trassa.
Cando ses istrambu
sas caras istuppan dae s'aba pròtina
cando ses istrambu
nemos s'ammentat su lumen tuo
cando ses istrambu
...
People are strange
(Jim Morrison - The Doors)
People are strange
when you're a stranger
Faces look ugly
when you're alone
Women seem wicked
when you're unwanted
Streets are uneven
when you're down
When you're strange
Faces come out of the rain
When you're strange
No one remembers your name
When you're strange
...
No one remembers your name
When you're strange
...
![]()
E' tornato da un lungo viaggio. Nessuno sa, ne mai ha saputo, da dove. Lui, oggi è di nuovo qui, fra la sua gente.
Lo ricordano tutti come era da bambino, un monello che faceva disperare tutti, un vispo bambino con i riccioli, morettino con gli occhi grandi. Non era infrequente vederlo sparpagliare le pecore dal gregge in ogni dove con fischi e urla beffarde, percuotere con un ramo di asfodelo (un'ala de iscraria) le galline di Tziu Pissente, o ancora slegare il filo teso con i panni ad asciugare (sa sàrtia) in giornate particolarmente ventose.
Un vero spirito libero, un ribelle nato.
Nonostante tutto era un bravo bambino, anche così discolo era simpatico a tutti (mancari fèsset unu pistricu). Aiutava in casa, nelle varie faccende (fainas de domo), ma sopratutto aiutava il padre, fabbro da generazioni (mastru ferreri). Ma lui, già da piccolo, non aveva la passione per questo lavoro, vedeva solo pecore e verdi pascoli. La fuliggine della bottega lo intristiva. Amava gli spazi aperti e l'aria pura. Con il maestrale in faccia che ti porta i profumi e le fragranze della campagna. Lui un pastore nato.
Appena imparati i rudimenti della lettura iniziò a pascolare le pecore dello zio; tutte le volte che gli avanzavano spazi di tempo leggeva poesie, modas, sonetos, dei poeti più importanti, mandando a memoria centinaia di versi in limba. Anche lui si cimentava a comporre versi.
Da ragazzo, poi, era un ottimo cavaliere, domava i cavalli, li montava, correva nei pali delle feste patronali del circondario, e sembrava quasi li dominasse con lo sguardo, persino i più selvatici con lui erano tranquilli. Questi in sintesi gli anni della sua prima giovinezza. Poi lasciò il paese, in cerca di non si sa bene che cosa.
Più tardi, le cronache del tempo lo videro implicato in fatti delittuosi. Frequentava un gruppo di "balentes" che non sopportavano le angherie dei ricchi possidenti. Nobili di discendenze straniere (istranzos benidos dae su mare) dediti ad ammassare fortune alle spalle dei poveri senza terra, sfruttando la forza lavoro dei braccianti che invece avevano, come unica ricchezza, i figli ed una misera casa.
Lui e i suoi "cumpanzos" non sopportavano l'idea di starsene accovacciati a casa nella cenere del focolare (in su chinisu), magari dopo una giornata di duro lavoro senza alcuna prospettiva futura di avere una esistenza più dignitosa. Loro che avevano i segni di un popolo che per secoli veniva sfruttato dal conquistatore di turno. Frequentava, dunque, un gruppo di "bardaneris" rispettosi di norme e tradizioni del loro popolo, con una morale ferrea. Di volta in volta razziavano il bestiame e le fortune di questi signori. In queste scorrerie qualcuno di loro poteva essere ammazzato o arrestato. Ma l'avevano messo in conto. Lui la faceva franca sempre. Per poi ricominciare un'altra grassazione.
Col tempo divenne uno dei più ricercati. Per anni nessuno riuscì, tuttavia, a scoprire dove si rifugiava. Ne le grosse taglie furono di stimolo alla delazione. Anzi spesso gli davano rifugio quelli che sostenevano le loro ragioni, con la motivazione che l'autorità tutela solo i ricchi e i potenti, chi ha le spalle coperte secondo l'antico proverbio di "Chie tenet santos in corte no morit de malasorte" (chi ha santi in paradiso non muore di sventura). Tutto quello che si conosce di lui è che scomparve. Decimato e quasi annullato il gruppo di "bardaneris", che aveva segnato decine di "esropri", si trovava spesso solo. Braccato da tutti, per via delle sue idee che potevano essere contagiose.
Negli anni furono persino installati nuovi avamposti di militari contro quello che definivano il brigantaggio, e nella forma particolare il banditismo. Di lui, però, nessuna traccia. Qualcuno, in punto di morte disse che aveva preso la via del mare, verso altre terre, oltre il grande mare tondo.
Oggi è tornato. Una carretta del mare lo ha riportato nella sua terra. In mezzo a tanti altri disperati. Con gli anni ha imparato i diversi idiomi, non gli è stato difficile perché ce l'ha nel sangue, la sua gente per millenni si è spostata nei diversi punti cardinali, lui discendente dei popoli del mare li capisce e sa che la loro vita e il loro destino non è diverso dal proprio. Senza documenti le autorità lo hanno subito preso, insieme ai tanti. Li avevano già avvistati prima dell'arrivo. Anche lui immediatamente accompagnato in un Centro di Permanenza Temporanea in mezzo ad una moltitudine plurilingue di diseredati. Fra gli insulti, che capiva benissimo, e gli spintoni. Magro, stanco, stempiato, la barba lunga, gli abiti lisi, ormai non era più riconoscibile.
Lui, lo spirito ribelle, ha cercato la fuga. Inseguito dalle forze dell'ordine (sa zustìssia), con i cani, armata fino ai denti; non si sa bene come, saltando l'alto muro di cinta percorso da vetri e punte di ferro, per fatalità, ha battuto la testa contro una roccia, lasciandolo ormai privo di vita. Lui che aveva affrontato a testa alta le bardane, con sprezzo del pericolo e lo sguardo fiero, che aveva schivato le fucilate persino delle temute Compagnie dei Barrancelli. Giaceva a terra privo di vita. Un passante, ormai vecchio, lo riconosce.
Ora la madre lo tiene fra le ginocchia. Intorno le vecchie del paese, le vicine di casa vestite a lutto (sas tzias de bichinadu chintas de nigheddu). Lo piangono e lo cantano, con un modo antico, ancestrale, di piangere i propri morti. "S'attitu" o "attitidu", il pianto funebre riservato alle donne. Non era più accaduto. Se n'era persa la tradizione. Loro, le custodi di questa usanza ormai persa ed inghiottita nei meandri della "civiltà". Le parole cantate hanno lo stesso ritmo e la stessa metrica della ninnananna, una metrica in quartine, alla fine di ogni quartina, aggiungono l'intercalare: Ohi! coro de s'anima mia! (Ohi! cuore dell'anima mia!). Le movenze assomigliano all'allattamento, nel tentativo quasi magico di ridargli vita. Lo cantano e lo piangono. Come un condottiero di altri tempi, Principe del Bosco, entrato nella leggenda.
"Su pitzinneddu est torradu a domo sua"
Il bambino è tornato a casa sua.
Per non ripartire più.
"La Madre dell'ucciso"
Quest'opera fu realizzata nel 1907 dal grande scultore sardo Francesco Ciusa ad appena vent'anni ed esposta alla Biennale di Venezia.
Fra i vari propositi che si era pre-fissato, trovava posto, non fra le prime priorità, quello di vuotare il suo portafogli e, quindi, vagliarne il contenuto: foglietti, scontrini, biglietti da visita, tickets vari, insomma tutto ciò che nel giro di diversi anni aveva trovato posto nelle tasche del portafogli (che in realtà veniva usato principalmente come portadocumenti). Doveva farlo. L'aveva rimandato già da diverse settimane. Ma doveva farlo. Non buttava via mai niente, "non si sa mai", diceva. Così aveva fatto per le bollette di qualsivoglia origine, gas luce acqua telefono bollo revisione condominio, insomma tutte quelle carte che se non le conservi, quello li, lo Stato, che poi serve ad indicare tutto quel coacervo ed indistinto gruppo di enti società et similia che erogano servizi ma, ma!, arriva il conto; si, quello la, te li cerca...i soldi. Paranoie ataviche e forse inscritte nel dna, per cui bisogna sempre essere pronti a pagare, perchè Lui può chiederti "il suo credito" quando gli pare. Poi sarai tu a dimostrare che già lo avevi fatto. Comunque, detto questo (ogni tanto perdo il filo!), aveva deciso di buttare le cartacce che non gli servivano più. Aperto il primo scomparto, inclinato il portafogli in modo da farne uscire il contenuto, uscì e cadde, per terra, una quantità inverosimile di scontrini e accidenti vari. Riuscì a prenderne uno al volo. Lesse il contenuto. Pennello euro 2,50, spatola di ferro 1,80, cartavetrata per metalli euro 2,45 per fogli 5, euro 12,20 un baratolo di vernice nero brillante in gel (quella che non ha bisogno di acquaraggia).
Subito gli venne in mente quella giornata, quella dello scontrino. Lui era il cliente n. 3 di quella mattinata. Pazzesco le informazioni che ci stanno in pochissimi cm. quadrati. Ricordò quella mattina. Entrò nel negozio di ferramenta, appena dopo l'apertura. C'erano già due clienti. Il vicino di casa che lo salutò abbozzando un sorriso (uomo di poche parole) ed un ragazzo mai visto prima, vestito con una salopette da lavoro, t-shirt con l'immagine di un gruppo metal, scarponi antinfortunistici con i lacci. Dopo che il commesso servì i due, arrivò il suo turno. Aveva la lista scritta in un foglietto. Tutto l'occorrente per pitturare il cancello dell'ingresso di casa. Un cancello nero in ferrobattuto, ormai preda della ruggine che (parafrasando un noto brano di Neil Young) ...non dorme mai.
Messo il materiale nella busta di plastica si recò subito a casa. Il giorno era senza vento, non afoso, insomma l'ideale per verniciare. Iniziò subito l'operazione di pulitura e scartavetratura della superficie ferrosa.
Era il primo giorno di ferie. I pensieri lo tenevano occupato ed era una occasione buona per non parlare; di parole ne diceva già tante durante il giorno, con i conoscenti, la moglie e i figli, a lavoro coi colleghi. Cominciava ad esserne stanco. La parola doveva ora lasciare il posto all'azione (scartavetratura) e al religioso tacere. Di cantare poi non ne aveva voglia.
Questo ricordava vedendo dopo molto tempo lo scontrino, tenuto all'angolino, fra il pollice e l'indice. E questo lo impauriva, poiché al prossimo scontrino o documento, si sarebbe ripresentata puntuale l'immagine, o le immagini, dell'accaduto.
Ma lui voleva dimenticare. Anzi essere dimenticato. Ora che aveva iniziato un'altra vita, si una delle tante vite parallele che lo riconducevano sempre nei soliti posti di partenza. Ora lui, come altri, era tornato al luogo di origine. Nella terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo. Non stava scappando, anzi. Stava ri-tornando al luogo di origine dopo tanto peregrinare, lui, figlio, nipote, pronipote di quella gente che si era "perduta" dopo la grande e spaventosa onda che coprì, millenni prima, le terre del CAMP-DAN. Dopo il nulla. Le enormi Torri-di-pietra costruite dalla sua gente, scomparse sotto un profondo strato di terra limacciosa, e qua e la acqua, mare. Poi ancora pestilenze e carestie. Molti presero il largo con le ultime imbarcazioni disponibili. Quelli rimasti, organizzati in gruppi, si divisero le terre ponendo le basi, terribili, per faide che distrussero quel poco di buono che restava dei comportamenti fra comunità.
La moglie, quando gliene parlò, intendo dire, quando le disse che doveva "tornare" lo prese per pazzo. Non capiva, non poteva capire. Non voleva capire che era giunta l'ora di tornare al luogo-delle-tracce-perdute, in s'arrastu antigu che-i sas predas. Gli diceva che avrebbero perso tutto: il lavoro, la casa, il conto in banca, la posizione acquisita dopo anni di sacrifici e precariato.
Il crepitio delle fiamme, alimentate dai fogliettini si fece più intenso, lembi di carte alleggerite dal fuoco si levavano in alto, nere, accese, per poi ricadere sul pavimento.
Non era il caso di ricordare ancora. Ora era di nuovo a casa. Fuori soffiava un vento gelido, l'inverno era alle porte. Che sarebbe stato un inverno rigido lo aveva notato dal comportamento del gregge a giugno, in lampadas, raggruppate a piccoli gruppi, a fiotteddos, stranamente infreddolite. Quasi a segnalare l'imminenza di un inverno rigido. Questo strano comportamento animale lo ricordava dalle storie che raccontava suo nonno, anche lui pastore, ma che non ne volle sentire di partire, ancora, fra un continente e l'altro. Suo Nonno si lasciò morire, in quelle terre lontane, quando fu costretto a vendere il gregge, sa roba, perchè il proprietario terriero non rinnovò il contratto di affitto. Se ne fece una malattia. Diceva sempre "no est zustu, chie tenet terras non tenet roba, chie tenet roba non tenet tancas. Sa terra depet esser de chie la triballat" (non è giusto chi ha terre non ha gregge, chi ha gregge non ha terreni. La terra deve essere di chi la lavora).
Queste ultime immagini le vedeva fra le vampate del camino. Le ultime.
Poi s'addormentò. Prima dell'alba doveva essere in piedi per mungere.
Mentre il tempo scorreva, inesorabile.
(...)
vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai
che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l'impossibile osare
osare perdere
grande è l'impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
CI SI PUÒ SOLO PERDERE
(...)
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